Una bambina cattiva

 

             

di Aglaja

La odiava e l'amava.

Quella bambina così strana era la figlia di sua figlia eppure era un'estranea.

Sì, certo, il naso grosso, volgare, era indiscutibilmente lo stesso suo, ma quei capelli così neri, quegli occhi così scuri e quello sguardo così.. così.. irritante, ecco! non era certo "roba" sua.

La bambina sapeva di non piacere a sua nonna. Spesso la rimproverava di non essere come era stata sua madre: dolce, remissiva, obbediente.

Potevano passare anche settimane senza che l'anziana donna le rivolgesse parola, offesa per uno sbuffo, o per un sopracciglio alzato, o per una canzone cantata a voce troppo alta, o per una risata fraintesa, o per una risposta giudicata non sufficientemente rispettosa.

Poi, magari, fiera di lei per i risultati scolastici, o ruvidamente impietosita per quel suo stare in disparte, le comprava un orologio d'oro, un anello prezioso, un vestitino tutto pizzi e falpalà, cose che la bambina non richiedeva e neppure gradiva, ma che importanza aveva? Avrebbe fatto qualsiasi cosa per un po' di quiete, per una parola affettuosa. Anche un oggetto, quindi, in vece di una carezza, poteva essere un buon risultato.

Eppure, a sentire gli altri, quelle due si somigliavano molto più di quanto pensassero e, forse, desiderassero. La vecchia era ostinata, diffidente, sagace, sempre pronta alla battuta tagliente . In casa era lei a comandare e l'unica che le teneva testa, con suo grande scorno, era proprio quella bambina testarda, impenetrabile, che sorprendeva a volte a fissarla con un sorriso beffardo, che le faceva prudere le mani. Quella bambina che ogni giorno pareva si destasse con l'unico scopo di ricordarle l'errore di sua figlia, lo scandalo e l'umiliazione subìta.

Talora la rabbia che la piccola le provocava (di proposito? la donna era convinta di sì), si trasformava in un'ira incontenibile, violenta, che veniva sfogata picchiando con furore quel viso cattivo, maligno. Il nonno provava a intervenire ("La testa no, le fai male, la rovini!"), ma a nulla valevano le sue parole (come sempre, del resto).

Una volta, la bambina aveva commesso qualcosa di imperdonabile (aveva sbuffato? disobbedito? non aveva abbassato lo sguardo?) e la nonna venne colta da uno di questi accessi di odio. Era una donna molto grassa, lenta nei movimenti, ma quella volta rivelò un'insospettata agilità nell'inseguire la diabolica bambina che si sottraeva alle sue percosse rimpicciolendosi contro la libreria, accucciandosi per terra. La nonna le era addosso, forse voleva colpirla facendo cadere i libri; allora la bimba cercò rifugio sotto la scrivania, ma venne stanata anche da lì, strattonata e quindi chiusa in quella stanza, dove faceva i compiti. E difatti, finita la tempesta, si rimise seduta alla scrivania, provando ad aprire i libri. Ma quella volta no, non ci riuscì, continuava a tremare, a essere scossa da violenti singhiozzi. Sentiva la sua voce che provava a dire non so che parole di odio e di rivolta, ma neppure la riconosceva, tanto era stravolta da un pianto irrefrenabile. Sentì la voce della domestica, Marisa, con cui pure non aveva molta confidenza e che mai aveva mostrato tenerezza nei suoi confronti, osare riprendere la sua padrona: "Ma signora, è solo una bambina, non può trattarla così!", ma quelle parole ebbero solo l'effetto di riaccendere l'ira della vecchia che sbottò: "Ah sì? E allora se non sta bene con noi, che se ne vada da suo padre!".

Ecco, questa era la minaccia più feroce, la paura più folle, l'incubo più spaventoso che potesse toccare alla bambina.

Da sempre, quando la si voleva acquietare, le si prospettava il suo abbandono presso la casa paterna, presso l'uomo che proprio la nonna le aveva minuziosamente descritto nelle sue più rivoltanti miserie e piccinerie. L'uomo che, così le era sempre stato detto, l'aveva lasciata a loro per danaro. L'uomo che, una tantum, la veniva a prendere, le faceva conoscere persone che non le piacevano, la spaventavano, e che le raccontava clamorose fandonie, trattandola come una scimmietta stupida. L'uomo che aveva schifo di baciare negli ipocriti saluti di circostanza, quando la riportava al termine dell'imbarazzata ora domenicale (quando si ricordava di venire a prenderla, naturalmente). L'uomo che anche nella sua assenza era più presente di qualunque altro, perchè sempre al centro di liti furibonde, recriminazioni, accuse, pianti e grida.

La bambina, dalla stanza, sentì che il nonno era rientrato. Sentì anche la nonna che urlava "..una lezione..deve capire..non può continuare..". Sentì ancora la voce maschile che tanto amava, la voce delle favole, delle consolazioni, borbottare qualcosa. Poi, un nonno che non conosceva, con gli occhi bassi, entrò nella stanza e con voce incolore le disse: "Véstiti". "Dove andiamo? dove mi porti?" singhiozzava lei. "Da tuo padre. Andiamo" le rispose lui.

La bambina si mise a gridare, e gridava e gridava e gridava "NO! NO! NO! NO!", ma il nonno, questa volta implacabile, senza mai guardarla in viso le fece indossare il cappottino, e la tirò verso la porta, col cane che guardava la scena esterrefatto, mentre la nonna sorrideva trionfante. Uscirono, la bambina che si attaccava al corrimano delle scale, al pomolo del portone, agli angoli dei palazzi, mentre il nonno la trascinava per strada, come se non vedesse gli sguardi curiosi dei passanti, i commenti beffardi che invece arrivavano alla bambina ("Che bimba capricciosa!" "Perchè piange così?" "Guarda come si fa tirare!"). Le sembrava che il cuore dovesse scoppiarle, non riusciva neppure più a versare lacrime, la voce le si era arrocchita. Giunti all'imbocco della via dove abitava suo padre, la bambina cadde ginocchioni, stremata, avvolta in un buio che le faceva risuonare nelle orecchie i colpi impazziti del suo cuore. Fu allora che il nonno finalmente si fermò. "Vuoi che torniamo a casa?". La bambina, stranita, non ebbe la forza di rispondere. Sentiva un sapore ferroso in bocca. In un rombo confuso le parve che il nonno continuasse: "..e devi promettere di essere buona, di non fare arrabbiare la nonna ..perchè la nonna, sai, ti vuole bene, ma tu le devi obbedire, devi essere gentile con lei ..lo sai che sei tutto quello che abbiamo ..almeno tu, dacci un po' di tranquillità ..allora lo prometti? Di', lo prometti?". La bimba si riscosse. Non riusciva a mettere a fuoco il nonno. Provò a parlare, non riusciva neppure a far quello. Un dolore sordo sembrava aver sostituito ogni altra cosa in lei. Forse fece un cenno con la testa, forse il nonno finse di scorgere un assenso, un cedere alle richieste necessarie per il perdono. In quel buio, la bambina fece ritorno a casa e in seguito non riuscì mai a ricordare cosa avvenne dopo, se la mamma, tornata a casa, seppe mai cosa fosse accaduto; se la nonna ripensò mai a quella giornata, certamente per lei uguale a tante altre; se il nonno che tanto l'amava (e che spesso lei vedeva piangere) riuscì mai a perdonarsi.

 

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