Un garofano bianco
di Aglaja
PREMESSA
Nella mia - ahimè lontana - gioventù, pure io ho fatto parte della schiera dei pendolari emeriti delle ferrovie Italiane: il percorso Savona-Genova, andata e ritorno, mi vedeva studentessa di belle speranze e di belle lettere, inquieta e curiosa della vita e delle persone.
Ospite di spartane carrozze di terza classe, promosse inopinatamente a seconda, mi piaceva studiare i passeggeri e, più di una volta, questi furono protagonisti dei tanti raccontini che scrivevo per la mia più affezionata lettrice: me stessa.
Buona parte del mio archivio di allora, purtroppo per me, è andato perduto tra i frantumi della mia vita, ma qualcosa, purtroppo per voi, non è andata persa. Eccovi, quindi, questo racconto, che ho ritrovato qualche tempo fa, scritto su un foglio a quadretti ripiegato in più parti e infilato come segnalibro tra le pagine di un tomo di Paleografia.
E' ingenuo, sdolcinato, sentimentale, stilisticamente lezioso, ma ha un pregio: è una storia vera.
UN GAROFANO BIANCO
Come sempre, il treno era affollatissimo.
Era già
rassegnata a poggiare scomodamente la schiena tra il corrimano sporco
del corridoio e la porta della maleodorante toilette (anche se "lurido
cesso puzzolente", come meno elegantemente la definì in uno sbotto
d'ira un passeggero dall'olfatto più raffinato dell'eloquio, renderebbe
meglio l'idea del tanfo che ne proveniva), quando vide un
provvidenziale posto lasciato incomprensibilmente libero in uno
stracolmo scompartimento.
Formulò la rituale, scontatissima domanda: "Libero?" e senza
neppure attendere risposta, sedette pesantemente, stringendo a sé la
borsa e i libri.
Si guardò
attorno, scrutando i suoi compagni di viaggio con quell'atteggiamento
di curiosità guardinga e falsa indifferenza, che sempre assumeva in
presenza di estranei.
Come sempre, in bilico tra un abissale complesso di inferiorità e un
delirio narcisistico di onnipotenza, si sentì un Pirandello tra i suoi
personaggi in cerca d'autore e, difatti, da personaggi più che da
persone le appariva composta quella varia umanità che rendeva bollente
l'aria dello scompartimento.
Più avanti, ripensando a quei momenti, si accorse, per l'appunto che, nel suo ricordo, i compagni di quell'ora sussultoria e canonica di treno le
si manifestavano come vetrificati in figurine, macchiette quasi,
o stereotipi, la cui essenzialità era quasi caricaturale: una grassa
signora sudata, che detergeva continuamente con gesti nervosi le grosse
gocce che le imperlavano fronte e tempie; un ragazzotto assonnato, dal
volto devastato dall'acne rosacea, la testa ciondoloni, pronta a
rialzarsi bruscamente ad ogni sobbalzo del treno; una mamma giovane,
con un fardello ciangottante tra le braccia; e infine un ometto, la cui
età era forse meglio definibile "sessanta ben portati" che "cinquanta
passati da un pezzo".
Di questi rammentò a lungo l'impertinenza dello sguardo, scuro e
scintillante; l'ironia della bocca, contornata da un paio di baffetti
sale e pepe che parevano rubati a un Buscaglione, improbabile gangster
da balera; il naso rincagnato da pugile finito; le mani segnate, con
grosse vene bluastre, le dita macchiate di nicotina.
Non si stupì quando l'uomo attaccò discorso.
"Non credeva, eh?, di riuscire a sedersi?" l'apostrofò questi sorridendo.
"In effetti non ci speravo proprio" rispose lei, ricambiando il sorriso.
"L'avevo notata prima, quando era già passata senza vedere il
posto libero. Come fa a reggere tutti quei libri?" le chiese,
ammiccando ai volumoni che teneva in bilico sulle ginocchia.
"Faccio culturismo: sa.. il peso della cultura..". Il suo improvvido
senso dell'umorismo fallì anche in quell'occasione e, di fronte al
sopracciglio alzato dell'ometto, si sentì in obbligo di aggiungere:
"Vado in facoltà a dare un esame".
"Anch'io ho una figlia all'Università, Architettura. Lei?"
"Lettere".
L'ometto trasse di tasca uno stropicciato pacchetto di Nazionali e
ne accese una con gesti lenti e studiati (allora non vi era alcun
divieto al proposito). Sbuffò in alto il fumo, ignorando gli sguardi
seccati delle due signore, e disse, rivolto alla studentessa : "Non
gliene offro perché non fuma".
"Perbacco!" esclamò lei "Si vede così tanto?" rise.
"No, il fatto è che lei mi rammenta una persona che conoscevo bene..
" strascinò le ultime parole in un tono sospeso, che attendeva solo
il rilancio della giovane, che lo accontentò.
"Chi?".
Non rispose direttamente alla domanda.
Volse lo sguardo
al mare che correva luccicante nella cornice del finestrino. Riprese,
tornando da lontano: "Non ho sempre avuto questa età, sa?" affermò,
malinconicamente polemico "Mi sono accorto presto di piacere alle
donne. A quattordici anni facevo all'amore con una bionda di diciotto.
E come saltavo dalla finestra della sua stanza per non farmi
sorprendere dal padre!" scoppiò in una rauca risata, compiaciuto.
Mentre il
ragazzotto seguitava a ronfare (o ascoltava curioso?), la studentessa,
il donnone sudato e la tenera mammina si scambiarono un'eloquente
occhiata.
Incurante
dell'alone di femminile scetticismo e disapprovazione,
l'ometto continuò il suo vanaglorioso racconto: "..e quante donne mi
cercavano: alte, basse, grasse, magre, bionde, more. A me andavano bene
tutte".
"Bastava respirassero?" non riuscì a trattenersi dal chiedergli sarcasticamente la ragazza.
Un ghigno allegro gli stirò le labbra ed i baffetti.
Per nulla offeso, puntualizzò: "No, bastava non fossero mai una sola
alla volta: dovevano essere almeno due, così non correvo il rischio di
innamorarmi sul serio". Tossì un poco, aspirando il fumo della
sigaretta. "Ne ha avuto di pazienza mia moglie ad aspettare che
mettessi la testa a partito e mi decidessi a sposarla..". Tirò giù di
un dito il finestrino e gettò via la cicca. Levò di tasca un fazzoletto
e si nettò la fronte. "Caldo, vero?" ammiccò rivolgendosi alla donna
grassa, che non gli rispose. "Otto anni" riprese "otto lunghi anni per
diventare 'la mia signora'. Oh! ma poi, quando è divenuta tale, non le
ho mai più fatto un cornino, neppure piccolo così!" mostrò l'unghia
lunga e puntuta del mignolo "E in quegli otto anni non l'ho mai
sfiorata, l'ho sempre rispettata".
"Eh sì, tanto la materia prima
non le mancava, vero?" interloquì inaspettatamente la signora sudata, in tono acido.
"Infatti" ammise l'uomo con evidente soddisfazione. Poi, con un cenno
del mento nella direzione della studentessa, stabilì: "E questa
signorina è della stessa categoria di mia moglie: da rispettare".
Questa non fece in tempo ad imporporarsi, non sapendo come ribattere,
che egli proseguì: "Come pure.. oh ma che stupido! ho fatto tutte
queste chiacchiere e ho perso di vista da dove sono partito. Le stavo
dicendo che lei mi ricordava una persona che conobbi tanto tempo fa:
bene, questa era una ragazza che incontrai pochi mesi dopo la fine
della guerra. Un fiore: alta, bruna, con delle.. beh, un
bella figliuola" tagliò corto. "Non solo: era simpatica, intelligente,
un sorriso che scioglieva. E gli occhi: grandi, scuri, liquidi, sempre
tristi però, anche quando rideva. E con me rideva, sa? La portavo a
ballare, a camminare sulla spiaggia.. A me piaceva diventare amico
delle donne, prima di.. e poi c'era quel mistero degli occhi che mi
incuriosiva: chissà cosa la rodeva..".
Si interruppe.
Frugò ancora nel
pacchetto delle Nazionali e ne accese lentamente un'altra. Ne
aspirò profondamente il fumo e riprese: "Le piaceva essere corteggiata,
andare in balera, stordirsi di musica e divertimento. Finalmente una
sera pensai si potesse arrivare al dunque. Eravamo stati a ballare, lei
si era scatenata, era su di giri quando la portai da me. Non fece
storie, anzi, fu lei a chiedermi da bere, prima, e poi di condurla in
camera da letto. Qui iniziò a spogliarsi e, nel farlo, le lacrime
presero a rigarle il viso, irrefrenabili. Ero turbato, preoccupato,
pensai avesse cambiato idea o si sentisse male. La fermai e con
dolcezza le chiesi cosa avesse. La storia che uscì smozzicata tra i
suoi singhiozzi era triste e comune a molte donne, in quel periodo: il
suo fidanzato, partito per il fronte russo, non era tornato e di lui
non si era saputo più nulla. Mi si aggrappò furiosamente, implorandomi
di fare all'amore subito, subito! Solo così avrebbe potuto togliersi
quel ragazzo dalla testa".
Tacque e guardò pensieroso la punta rossa della sigaretta che brillava nel buio della galleria che stavano attraversando.
Poi continuò:
"L'abbracciai con tutta la tenerezza di cui fui capace. Asciugai,
baciandole, le sue lacrime. Dissi qualcosa, certo, ma non ricordo cosa.
L'aiutai a rivestirsi e la riaccompagnai a casa".
Si fermò e ancora si concentrò sulla sua Nazionale.
"Due anni dopo"
riprese "il postino mi recapitò un pacchettino: era una scatolina che
racchiudeva un garofano bianco e un biglietto: 'Se questo garofano è
candido, è anche per merito tuo'. Sei mesi dopo quella notte, infatti,
il fidanzato, che si era miracolosamente salvato, era rientrato dalla
Russia".
Il silenzio era
caduto nello scompartimento. L'ometto si alzò in piedi e, con il
mozzicone tra i denti, biascicò: "Storie d'altri tempi!". Rise, un po'
forzatamente, e salutò: "Io sono arrivato. Arrivederci e in bocca al
lupo per il suo esame, signorina".
La studentessa ricambiò il saluto e lo ringraziò. Quindi aprì il testo di paleografia per rivedere alcuni documenti.
Poco dopo fissava il buio di un'altra galleria.
POST SCRIPTUM: Giuro che quanto è stato rielaborato nel piccolo racconto vero: questo è quello che è avvenuto e che mi è stato raccontato.
Sembra uscito da un romanzetto Harmony, lo so. Ma se aveste visto
gli occhi umidi di quell'ometto, gli avreste creduto anche voi.