Storia di un naso

 

 

             

di Aglaja e Markus

Premessa

Questo racconto a due mani, iniziato molti anni fa, non è mai stato terminato, e forse è un bene. Ma la donna distratta che avevo immaginato è un personaggio (molto probabilmente un alter ego: per questo l' ho battezzato con il mio nickname) che ho amato molto e che, ancor oggi, viene talora a bussare al mio cervello bacato perchè gli dia compiutezza (ai sei personaggi di Pirandello, invero, è andata molto meglio..). In attesa di recuperare ispirazione (ma soprattutto, ahimè, tempo), propongo ai net viandanti, che casualmente si imbattessero in queste pagine, questo abbozzo di storia. I brani scritti da Markus (amico con cui un tempo dividevo anche il divertimento di creare fumetti) sono in caratteri rossi, i miei in nero (che sta con tutto, snellisce e non passa mai di moda).

Capitolo I

- Ragazzi, venite a tavola! Sto per buttare gli gnorri! Ignari del loro destino, disposti in bella schiera su uno strofinaccio, a fianco della cucina sulla quale l'acqua bolliva dispettosa in un grande pentolone, decine e decine di piccoli gnorri si godevano pigramente il loro riposo.
Se solo avessero saputo perché l'acqua bolliva, che cosa era quella salsa verde e odorosa in quel barattolo... se solo avessero saputo che il sorriso di una massaia può essere ingannatore...

Ma poi si fa presto a dire massaia.. è una donna distratta, con gli occhi che vagolano appigliandosi casualmente a cose e persone in cui trova inaspettate corrispondenze. Un manifesto la precipita in secoli o luoghi lontani; un ritaglio di giornale le rammenta un viso intravisto anni prima; un sonaglino sfuggito a un bambino le suggerisce ritmi di jazz.
Talora un sorriso ebete le aleggia sulle labbra: sta sicuramente conducendo una brillante conversazione con una persona con cui in realtà non parlerà mai.
Spesso le capita di non salutare la gente per strada: non è maleducazione, ma è difficile salutare mentre si canta e lei canta sempre, camminando, in perfetto silenzio.
Risponde pronta, sorridente e disponibile, alle richieste che le vengono fatte e, sorridendo, impreca dentro di sé per la propria incapacità di opporre un solo no. Li dice solo a se stessa. Ride forte, ma quasi mai in sincrono con gli altri: spesso quello che la diverte è stupido, spesso quello che la diverte è crudele.
E' una collezionista innata: conserverebbe qualsiasi cosa, certa che le cose abbiano la vita di chi le possiede o le ha possedute.
Porta sempre con sé carta e matita. Dice per segnare le cose che dimentica. In realtà, non vista, esegue ritratti accennati di visi, o meglio, di particolari di visi che la colpiscono: occhi, soprattutto, ma anche nasi, mani. Poi ricostruisce volti completamente nuovi, cui regala pensieri che neppure sono suoi.
Sogna ancora di potere una volta, una volta soltanto, fare la cosa che desidera veramente e non la cosa giusta.

La donna distratta aveva un amico immaginario: una lucertola fotofobica di nome Hiss.

Hiss passa la giornata nel suo buco a studiare matematica. Tra i sauri è un genio e le sue intuizioni sono fondative di nuovo sapere.
Purtroppo, stante lo scarso livello di partenza della matematica dei sauri, sinora il frutto dei suoi cinque anni di riflessioni si riassume nel: primo teorema di Hiss: ogni numero naturale è più piccolo del suo doppio.

La donna distratta aveva disegnato Hiss sul suo inseparabile taccuino, una mattina gelata di novembre, mentre sul tram si recava all'usato lavoro. Usato nel senso letterale del termine: la donna distratta lavorava infatti in un negozio di robivecchi (l'insegna recitava: La Boutique del Modernariato) alla periferia di una grande città. Là era nel suo: poteva sognare sugli oggetti (lei, nelle sue interminabili e mute conversazioni, li definiva così, oggetti, mai merce o roba) e sull'anima dei loro antichi proprietari, e i film che si costruiva riempivano dolcemente le ore trascorse in attesa dei rari clienti.

Ma perché quello schizzo a matita? Perché una lucertola fotofobica? Ma perché era il suo alter ego, così lei si vedeva. Mentre le altre lucertole si arrostivano di sole su roventi muraglie con in cima cocci aguzzi di bottiglia, beate della loro comune natura che le rendeva una in tutte, Hiss si rifugiava nelle crepe più profonde di tali muraglie, smarrendosi nell'infinitamente piccolo e nell'infinitamente grande dei numeri.

Anche la donna distratta si rifugiava nel profondo dei suoi pensieri, sfuggendo alla gente e alla realtà, mimetizzandosi con gli oggetti che la circondavano, perdendosi in facili concetti dove il minore e il maggiore si rapportavano solo su lei, che aveva elaborato il Primo Teorema della Donna Distratta: chiunque è maggiore di me.

Disegnava piuttosto bene e amava i particolari più che gli interi. Così, su quelle pagine quadrettate, abitavano morbide zampe di gatti, code di cani più avvilite che festose, finestre dalle persiane abbassate, foglie accartocciate, la "S " sinuosa e inquieta di un'insegna di salumeria, vasi scheggiati che ancora sognavano di accogliere un fiore, denti irregolari fermati in uno sghembo sorriso, un occhio incorniciato da zampe di gallina, uno strizzato come per difendersi (dal sole o da sguardi crudeli?), altri sfuggenti o ammiccanti, e poi: nasi. Ecco, la donna distratta aveva un debole per i nasi, specie se lontani dai canoni abituali di bellezza. Più erano storti, grossi, bitorzoluti, arcuati, in una parola brutti, più lei li trovava adorabili e, con pochi tratti, riusciva a fermarli per sempre sul foglio.

Il suo preferito era un naso che aveva rubato a un cliente della Boutique del Modernariato. Quel signore era entrato per cercare di piazzare al titolare un ventilatore cromato degli anni '50, non funzionante e pure un po' scrostato. "Non mi interessa, ne ho già altri in condizioni migliori e funzionanti", lo aveva liquidato scorbutico il negoziante.
La donna distratta che, come al solito, sognava, accarezzando una radio a transistor degli anni '60 (dall' apparecchio spento ascoltava Rita Pavone cantare "Come te non c'è nessuno"), si riscosse per un attimo proprio nel momento in cui il signore del ventilatore si girò per uscire dal negozio: "Che naso!" le uscì silenziosamente di bocca. Non ne aveva mai visto uno simile. Rincagnato, come se un pugno l'avesse risospinto verso il volto, incartocciandolo penosamente, con una piccola punta arrotondata e livida, che si allontanava spavalda dalle macerie dell'osso, protendendosi all'insù, come per dissociarsi da quel piattume. "Che naso!" ripeté tra sé la donna, che aprì frettolosamente la grande cartella che usava come borsa, traendone carta e lapis e cominciando freneticamente a disegnare. "Aglaja!!", la riprese brusco il titolare, "Quante volte ti ho detto che in negozio non devi perdere tempo a fare pasticci? Togli piuttosto un po' di polvere dagli abat-jours!". Con la solita passiva docilità, ella obbedì sorridendo, ma intanto il naso era stato fissato per sempre dalla sua matita e la sera avrebbe potuto rimirarselo con calma e magari provare ad assemblarlo con la famosa orecchia a cavolfiore che aveva rubato a quel signore sul tram, o forse con la fronte spaziosa, così bombata!, di quella fiorista dell'angolo..

"Che naso!" si disse ancora, compiaciuta.

"Per forza" esclamò una voce nasale "io sono un naso, mica uno zigomo!"

"Non ne ho mai dubitato" rispose la donna per nulla meravigliata (dialogava con soddisfazione con i suoi disegni, così come con gli oggetti) "Chi ti ha ridotto così?" si informò.

"Una donna, con un ferro da stiro"

"Avevi preso una brutta piega?" chiese ammiccando.

"Battute più recenti del 1965 ne conosci? " ribatté annoiato il naso, "Ad ogni modo non sono mai stato bello" ammise serenamente "Né me ne sono mai curato".

"Io sono invisibile" gli confidò dandosi importanza la donna

"Ma che dici?" si stupì dilatando le froge il naso. 

"Certo, ho imparato a nascondermi così bene che anche se la gente pensa di vedermi, non mi vede affatto" si gloriò Aglaja

"Eh?" (la piccola punta rotonda da livida si era fatta paonazza)

"Io non sono qui, anche se sembra", incominciò a spiegare paziente lei, "Hiss potrà confermartelo".

"Hiss?" (il naso non ci si raccapezzava. Perché mettersi a parlare con quell'insignificante commessa, quando un mondo di fazzoletti di puro cotone stava aspettando solo lui?)

"E' la mia lucertola. Elaboriamo teoremi".

Il naso starnutì di raccapriccio talmente forte che il padrone del negozio ebbe un soprassalto "Aglaja!!!!", sbraitò. "Sì?", rispose lei con voce sottile, "Hai ancora il raffreddore da fieno?" "Sì, purtroppo", mentì soavemente, e mentre Cary Grant le accarezzava con levità i riccioli, prima di cristallizzarsi nella sua foto autografata del 1941, gli chiese birichina: "Arsenico o vecchi merletti?"  "Prova con la stricnina, baby" le consigliò Cary.

 

Capitolo 2

Doveva immaginarselo, che c’era qualcosa che non andava. La vetrina non gli era piaciuta affatto; eppure qualcosa in essa. Il riflesso del sole nel vetro gli impediva di vedere con chiarezza gli oggetti esposti, se ce n’erano, il riflesso del sole e il sudore che dalla fronte, a grosse gocce, gli faceva bruciare gli occhi e gli lasciava un momentaneo sentore di salato sulle labbra. Doveva immaginarselo che non poteva venire niente di buono da quel negozio, anche se ora, a distanza di vent’anni, non sa dire che cosa gliene avesse dato il segno. Ma, accecato dall’ingenuità di tutto quel sole e di tutto quel sudore, entrò.

Ora non ricorda neppure che cosa vendessero, in quel negozio. Vendevano qualcosa? Chi sa. Era troppo sudato perché se ne ricordi. Comunque c’era quella donna. Almeno della donna doveva diffidare, anche se non l’aveva vista in faccia. Le aveva guardato solo le mani. Mani qualsiasi, un po’ tozze, un po’ screpolate; qualche callo. Tenevano una matita, quelle mani, e la matita tracciava qualcosa su un foglio. Rimase a guardare la grafite che si distribuiva sulla carta in linee uniformi; poi, quando la matita si staccò dalla carta, distolse gli occhi, perché la punta della mina gli aveva ferito lo sguardo. Non riusciva a capire che cosa stessero disegnando, quella matita e quelle mani, anche se si trattava sicuramente di qualcosa di familiare: come pure era familiare, in qualche modo, la donna, che pure sapeva di non aver mai visto, e che, a dire il vero, non aveva visto tuttora, perché le aveva guardato soltanto le mani.

Uscì dal negozio senza aver acquistato nulla. D’altra parte, forse in quel negozio non vendevano nulla, ora non se ne ricorda. Forse era una trappola, non un negozio; e il riflesso del sole era messo lì a fare da esca.

Si incamminò nuovamente in direzione del sole, ma dopo pochi passi se ne accorse. Corse verso un portone, vi entrò, si sedette sui gradini tutto bagnato di sudore. Attese nell’ombra del portone che il respiro gli si placasse, era troppo caldo per correre, e quando si fu placato si alzò in piedi e bestemmiò a lungo, e batté i pugni contro il muro, e urlò, ma sottovoce, perché nessuno lo sentisse e lo prendesse per un matto: - Che ti venga un accidente, brutta puttana.

Forse poteva tornare indietro e farselo restituire. Ma gli mancava il coraggio di affrontare nuovamente quelle mani. E poi temeva che il negozio fosse ormai chiuso; sempre che fosse un negozio. Quelle mani era meglio lasciarle stare.

Da allora vive senza. Non è mai più passato nella strada del negozio, non ha mai più visto quella puttana, che poi neppure saprebbe riconoscere se non guardandole le mani. Vive per lo più nell’ombra, tiene la testa bassa, si acquatta contro i muri dando le spalle alla via. Quando può, non esce di casa; a volte per settimane, finché non esaurisce le scorte di cibo; e anche allora si decide ad uscire solo dopo un paio di giorni di digiuno totale, e si calca un cappello in testa così forte da sformarlo.

Per quanto nasconda la faccia, lo vedono tutti. Capisce benissimo che hanno schifo di lui; lo capisce perché simulano indifferenza  nel vederlo, mentre è ovvio che dovrebbero restare schifati. Quella finta indifferenza – i più sembra che lo scambino per uno qualsiasi – significa molto più schifo dello schifo vero. Simulano veramente bene, alcuni si direbbe che non lo abbiano neppure visto, quando invece sa benissimo che lo hanno visto e che hanno schifo di lui.

Ora ha un naso di cartone. Non ricorda bene chi glielo abbia fatto; esclude di esserselo fatto da solo. Per un paio di anni, dopo il furto, era rimasto del tutto senza. Un giorno, guardandosi nello specchio, si era accorto di averci quello di cartone al suo posto. Ma proprio non sapeva dire dove lo avesse preso, se lo avesse comprato, da chi. Quanto lo avesse pagato. Come copia è quasi perfetta; è pressoché identico al naso che aveva prima. Però si vede benissimo che è di cartone. Non ingannerebbe nemmeno un bambino, e quando si lava la faccia ha paura di bagnarlo e di farlo rammollire tutto. Non ingannerebbe nemmeno un bambino: quando aveva visto di avere il naso di cartone, infatti, aveva provato a passare in mezzo ad un gruppo di bambini a testa alta; ma se ne erano accorti e lo avevano preso in giro. Che poi i bambini sono forse i peggiori, perché non simulano bene come gli adulti, ma gli fanno dei versi che lui non capisce. Per questo cambia strada, se vede dei bambini. Una volta a uno ha dato un ceffone; ma per lo più si controlla.

Capitolo 3

Lo aveva visto ai giardinetti.

In disparte, con il bavero rialzato e il cappello ben calcato sul capo, per nascondere ciò che aveva perduto. Ciò nonostante, i bambini, serenamente crudeli, si burlavano di lui, che li malediceva ululando suoni inarticolati, come quando, negli incubi, cerchi di gridare "Aiuto!" e non vi riesci. Lo aveva riconosciuto subito: era l'uomo del ventilatore, l'uomo a cui aveva rubato il naso. Oddio, rubato.. ammirato, disegnato, esaltato, evidenziato, conservato, reinventato, piuttosto! Lo aveva aggiunto alla sua collezione di particolari carpiti con dovizia, precisione, amore.

Ogni sera Aglaja dedicava l'ora seguente alla cena a fantasticare su ciò che aveva fatto suo. Come sarebbe stata la sua vita con quei capelli lunghi e biondi, disposti in quella coda di cavallo sbarazzina che aveva riprodotto con un filo di invidia? Ovviamente, avrebbe dovuto abbinarla a vestiti a quadrettini bianchi e celesti, dalla gonna a palloncino, come quelli di Brigitte Bardot negli anni '60. Sicuramente, un Jean Louis Trintignant non sarebbe rimasto indifferente a tanto dorato splendore! Tirava allora un sospirone, come quello di una bambina che sa che, anche se non si è preparata, sarà interrogata dalla maestra. E se invece avesse avuto quella splendida fronte alta e liscia? Una mente elevata, un animo di ghiaccio.. la razionalità senza sentimento. Il suo esatto contrario, praticamente.. Rideva tra sé per quella ipotesi assurda, eppure avrebbe voluto, qualche volta almeno, lasciare scorrere sulla sua pelle, come una doccia tiepida che non riscalda e non rinfresca, le violente emozioni che troppo spesso la scuotevano. E quei bei piedi magri e nervosi? E quelle manine piccole e paffute? E quel mento aguzzo ed imperioso? E quel naso.. Quel naso. Aveva tanti nasi nella sua collezione: a patatina, adunchi, alla francese, bitorzoluti.. ma quel naso! Quel naso era il pezzo della sua collezione che più amava. Così inconsueto, così meravigliosamente orribile! E così chiacchierone! Certo, anche gli altri disegni erano simpaticamente loquaci con lei. Ad esempio, l'occhio storto del bigliettaio del tram era un amabile conversatore: il suo pezzo forte erano i teologi medievali, ma anche con le canzoni dei Nuovi Angeli non se la cavava male. La barba nera e lunghissima del capitano in pensione, invece, discuteva con lei della Bretagna, analizzando con competenza il fenomeno delle maree, rimpiangendo le crêpes au fromage bleu, e, fischiettando (era uno spettacolo vedere una barba fischiettare!), accompagnava con grazia la donna distratta quando cantava i vecchi successi di Charles Trenet. E il naso grosso e rubizzo dell'uomo del gas? Quello invece imitava i numeri di varetà di Jimmy Durante e lei rideva sempre forte, un po' sgangheratamente, quando si esibiva per lei.

Il naso dell'uomo del ventilatore, però, era veramente un'altra cosa. Dopo il primo momento di smarrimento, nel negozio, aveva accettato di buon grado di seguire la sua disegnatrice e si era abituato facilmente al suo strambo modo di vivere. Spesso la seguiva, nascosto nella borsa a tracolla, e anche da lì riusciva ad ascoltare i suoi pensieri e vi si intrometteva, talora con arguzia, altre con presunzione, altre ancora con dolcezza.

Capitava che litigassero. Questo accadeva, di solito, quando la donna distratta si perdeva nelle sue fantasie e di lei rimaneva uno stupido involucro, che rispondeva meccanicamente a chi le si rivolgeva. Il naso non la poteva sopportare quando faceva così. Allora, petulante e sgarbato, la stuzzicava e la faceva arrabbiare, felice di richiamarla, seppur di malumore, da quegli abissi che lui riusciva soltanto a intravedere.

"E' lui!" esclamò la donna distratta, insolitamente attenta.

"Eh?" rispose il nasone, intento a respirare il profumo dei tigli.

"L'uomo del ventilatore! Sì, insomma, la faccia da cui ti ho tratto!" ribatté concitatamente lei.

"Odore di guai" disse tra sé il naso

"Ma cosa gli è successo?" continuò la donna

"Uff.." sbuffò quello dalle nari.

"Guarda come è ridotto.." si impietosiva lei

"Che te ne importa?" si inacidiva lui

"Sembra quasi che.. ma sì, è vero! Ha un buco al posto del naso! Come è possibile? Un incidente stradale? Un incendio domestico? Un infortunio sul lavoro?"

"..." (il naso rimase sulle sue, in perfetto silenzio)

"Guarda come si vergogna.. deve soffrire come un cane.. i bambini lo prendono in giro.. guarda come scappa via umiliato.. Ma insomma! Di' qualcosa!!"

"..." (ostinato mutismo)

Fu in quel momento, tirando fuori con forza il naso dalla borsa, quasi per strapazzarlo con rabbia, che la donna si rese finalmente conto di come il disegno, col passare del tempo si fosse, come dire?, ispessito. No, non era questo il termine migliore. Tridimensionalizzato? Ecco, forse questa era la parola giusta. Insomma: era un naso.. vivo! La donna distratta motivò con la propria distrazione il fatto di non essersene accorta prima. Ecco, quindi, la causa dell'orrida voragine che albergava nel mezzo del viso di quell'uomo. Dunque la colpa era sua, della sua matita, della sua perversa curiosità, della sua folle mania di vivere attraverso la vita degli altri! Era lei che, rubando l'aspetto altrui per rubarne l'anima, aveva commesso un delitto imperdonabile: aveva deturpato il volto di un uomo, facendo di lui un infelice. "Cosa ho fatto, cosa ho fatto!" ripeteva disperata, mentre il naso l'ascoltava compunto.

"Devi tornare da lui!" esclamò risoluta, afferrando il suo muto interlocutore per la punta.

"Non gi penzo nebbeno" rispose a fatica il naso, con le froge strette dalle lunghe dita della donna."Sdavo balissibo gon lui" continuò, e finalmente la stretta si allentò.

"Perché?", gli chiese la donna, mentre si asciugava irrefrenabili lacrimoni.

Allora il naso si mise a blaterare confusamente storie di tenebrosa follia, di ore e ore trascorse a cancellare ricordi, le tracce concrete del proprio passato. "Ricordi il ventilatore? Era stato testimone di una torrida estate di illusioni"

"Quali?"

"Non so, non so..rammento solo i sentimenti ad esse legate: speranza frenetica e dolorosa, timore ossessivo e martellante, disillusione acuta e spietata. E poi, quella cosa crudele.."

"Cosa, cosa?"

"Prese un coltello, affilatissimo e lucente, cominciò ad incidersi la pelle del volto, appoggiando appena la punta della lama, come se volesse cancellare i propri lineamenti.." si interruppe e inspirò molta aria, quasi a riscuotersi da quelle immagini rievocate "Lo fermò una canzone trasmessa dalla radio, non ricordo quale: improvvisamente le lacrime si mescolarono al sangue che scorreva sulle sue guance; posò il coltello (non mi aveva ancora toccato) e andò in bagno a tamponarsi le sottili ferite". Tacque, mentre la donna continuava a piangere in silenzio "Non voglio tornare con lui", concluse quindi il naso e per quel giorno non disse più nulla.

Intanto l'uomo si stava allontanando, strisciando lungo i muri, calcandosi ancor più il cappello in capo. La donna lo seguì, fino ad arrivare ad una casa di ringhiera. Lo vide salire dalla scala esterna, entrare da una porta finestra, scostando lunghe strisce di plastica, forse un tempo di tanti colori, ora ricoperte da una grigia patina di sporco. Non udì alcun rumore di cricca o di porta sbattuta. La sera stessa, la donna elaborò un piano: avrebbe restituito un naso all'uomo del ventilatore (non il suo, non voleva farlo soffrire ancora). Prese un cartoncino, lo ammollò nell'acqua dove aveva fatto sciogliere un po' d'amido. Quando fu ridotto ad una pappetta grigia, prese ad impastarlo e modellarlo, ispirandosi al vero naso che posava per lei sul tavolo. Era brava, e in poco tempo riuscì a riprodurre la forma bizzarra di quel simpatico orrore. Quindi, accese una stufetta elettrica e vi pose il suo capolavoro davanti ad asciugare. Bastò una mezz'ora e il naso di cartone fu pronto. Non restava che colorarlo: un beige appena rosato, tenue, per riprodurre una carnagione virante più al livido, che a un rubizzo incarnato di buona salute. Terminata la parte artistica, arrivava quella più difficile del suo piano: portare il naso a destinazione. Uscì, tutta imbacuccata per non farsi riconoscere (da chi poi? difficilmente la donna distratta veniva notata da qualcuno), imboccò molto velocemente la strada che conduceva ai giardinetti e, da lì, a quella certa casa di ringhiera. Non ebbe difficoltà a salire su per la scala esterna e a infilarsi in quella porta finestra: non c'era anima viva e, come aveva immaginato, non vi erano serrature di sorta.

Trovò l'uomo buttato su un divano sfondato, mentre dormiva pesantemente a schiena in giù, con la bocca aperta, i pochi capelli scarmigliati, la camicia sporca mezza fuori dai pantaloni stropicciati, le scarpe buttate con negligenza sul pavimento polveroso della piccola stanza disordinata, la gambe piegate, rigide come quelle di un ragno stecchito. In mezzo alla faccia, segnata da lunghe, sottili cicatrici, spiccava un piccolo buco triangolare, da cui proveniva un pesante gorgoglio. Fu lì che la donna incastrò il suo naso di cartone: sembrava fatto su misura. Lo ammirò per alcuni istanti e, impulsivamente, si chinò a sfiorare con le labbra la fronte segnata di quello strano individuo. Quindi diede ancora un'occhiata in giro, brevemente, e fuggì via.

Fu un peccato che il suo sguardo non si fosse soffermato maggiormente sugli oggetti presenti in quella misera stanza: avrebbe sicuramente notato una cornicetta di conchiglie, forse il souvenir di una lontana giornata al mare.

Osservando con maggiore attenzione, avrebbe anche visto il ritratto che essa racchiudeva.

E avrebbe certo sobbalzato nell'accorgersi che il viso di quella foto era il suo.

(continua?)

  

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