Non usciva mai

 

 

             

di Aglaja

 Non usciva mai.

Il nonno, quando era più in gamba e meno umiliato dal tempo, la portava ai giardini. Lui restava dalle panchine, a chiacchierare con mamme e nonne compiaciute del suo sguardo galante e divertite dalla sua conversazione brillante, mentre la nipotina "doveva" giocare con altre bambine alle "signore", impiastricciando pentolini di latta di minestrone fangoso, in cui galleggiavano desolati fili d'erba. Poi, quando proprio non ne poteva più, andava a fare a botte coi maschietti, smaniando per i loro sacchetti di biglie di vetro e per le lucide pistole nere coi meravigliosi, puzzolentissimi fulminanti. Il nonno, alle fiere, gliele comprava, le biglie e le pistole, persino una fionda arancione, una volta, con cui l'ingrata bambina aveva centrato il maestoso fiore rosso della pianta grassa preferita di sua nonna, mettendo nei guai il pover'uomo. Ma poi finiva sempre che i fulminanti sparivano, l'elastico della fionda veniva tagliato e le stesse luminose biglie con l'arcobaleno racchiuso, finivano per essere riposte nello scaffale più in alto.

Poi il nonno cominciò a essere sempre più confuso, proprio nel periodo in cui lei si ammalò. In un certo senso finì anche la bambina, come le biglie, nello scaffale più in alto e nessuno se ne accorse.

Passava i pomeriggi in quella sala sghemba, dallo strano perimetro irregolare. Sua nonna la chiamava pomposamente "La Sala Da Pranzo" e si sentivano tutte le maiuscole quando pronunciava quelle parole.

Era una grande stanza d'angolo di un palazzo del dopoguerra dalla facciata desolatamente essenziale (più per povertà contingente che per gusto minimalista), che aveva la particolarità di avere una lunga ed alta finestra che ricopriva le due pareti contigue, formando un curioso angolo di luce che si apriva da un lato su una via piena di vita e di negozi, dall'altro su una grande piazza con una enorme aiuola circolare, in cui svettavano tre povere altissime palme striminzite.

La nonna aveva affollato quella sala di mobili di ogni tipo, in un'accozzaglia di stili ed epoche degna del delirio di un arredatore folle: bureau, trumeau, vetrinetta, tavolo e sedie in barocchetto piemontese, con intarsi di legni diversi che componevano cesti di fiori e figure di dame e cavalieri del '700; due orripilanti poltrone squadrate gialle, anni'50; una sedia a dondolo old America; un tavolinetto di ebano e cristallo art nouveau; una stretta poltrona di ruvida stoffa blu con un avveniristico meccanismo che la trasformava in chaise longue; un radio-grammofono di mogano degli anni quaranta, su cui troneggiava un'ingombrante televisione anni'60. Sui mobili e nella vetrinetta sfavillava l'argenteria di famiglia.

Il pavimento era coperto da un parquet dai toni caldi dei tasselli di legno rosso, e, sotto il tavolo, un grande tappeto dai disegni orientali aveva accolto spesso il sonno di un grosso cane nero e ricciuto dal carattere riservato.

La bambina avvertiva tutto il cattivo gusto di quell'arredamento, ma lo aveva reso funzionale al suo eremitaggio: sul tavolo ovale per otto persone (quando mai otto persone si sarebbero sedute a quel tavolo?) si perdevano libri di scuola, quaderni, album da disegno, chine e pennini; dietro i cuscini quadrati delle poltrone gialle, nascondeva invece i libri che rubava dalla libreria del nonno per leggerseli in santa pace; il grammofono andava a tutto volume e suonava lucidi e rigati dischi, pesantissimi, a 78 giri, long playing a 33 giri e nuovissimi dischetti a 45 giri. Tutto era meraviglioso: da Gershwin a Ellington, da Debussy a Beethoven, da Beniamino Gigli a Gorni Kramer, da Renato Carosone a Little Tony.

Esattamente all'angolo della grande finestra, era posizionata la sedia a dondolo. Girandola ora a destra ora a sinistra, la bambina, in ginocchio su di essa, teneva sotto controllo ora la via dei negozi, ora la piazza.

Conosceva tutti, anche se nessuno conosceva lei.

Il droghiere del negozio d'angolo, testa bianca leonina, profilo grifagno e colorito rubizzo, trascorreva troppo tempo nel bar di fronte.

Suo fratello, piccolino, completamente calvo, sguardo timido e penetrante, esile e nervoso, aveva gesti meccanici di un automa, sempre di corsa dal magazzino alla drogheria.

Il panettiere, bianco di carnagione e di farina, alzava la sferragliante serranda alle sei per preparare il pane e quella fragrante focaccia che il nonno le faceva trovare per colazione.

Sua moglie, palpebre gonfie, grigia e stanca fin da giovane, ovale appesantito, lievitata come le biovette e il pan di casa, serviva in negozio. 

La domestica del secondo piano della casa dirimpetto, vecchia, ma coi capelli di un nero fittizio e cotonato, spiava, come lei, la vita nella strada e nelle finestre altrui.

La ragazza bionda, aria intelligente e decisa, accompagnata fino al portone da un coetaneo moro, viso aperto e sincero, aveva finalmente imparato a congedarsi da lui con un bacio.

Il vicino alto e magro, brizzolato, sempre in blazer, balzava fierissimo sulla sua 850 sport azzurra e sgommava in quella strada di casalinghe affannate.

Il barbiere meridionale, occhi liquidi e voce tenorile, lasciava sempre aperta la porta del negozio e rimaneva al suo interno a suonare la chitarra, tra un cliente e l'altro.

I cani della moglie del ciabattino, marroni come il cuoio, simpatici e scodinzolanti come lei, entravano e uscivano dal negozio del padrone per infilarsi nel magazzino del droghiere, regolarmente cacciati con grandi urla che parevano più divertirli che spaventarli.

I piccioni, grassi e invadenti, nidificavano dal mezzanino del palazzo moderno.

Le rondini, il cui stridere annunciava inutili primavere, preferivano invece i balconi del vicino vecchio caseggiato.

La bimba conosceva ogni dettaglio, immaginava parole e conversazioni, pettegolezzi e miserie, sentimenti e risentimenti.

La via dei negozi si incrociava con un'altra strada, di cui la bambina non vedeva la fine, ma ne prevedeva il limite dei binari della ferrovia che l'attraversava. Proprio all'inizio di questa strada, c'era l'oratorio, col cinemino parrocchiale, dove un tempo il nonno la portava, nelle lunghe domeniche pomeriggio, a vedere Stanlio e Ollio o i cowboys, masticando lunghe stringhe di liquirizia. Ora non andava più al cinema, all'oratorio non l'avevano mai mandata, ma dalla sua finestra ne vedeva un'altra dei locali parrocchiali, ampia e rotonda, che anche a notte inoltrata, chissà perchè, rimaneva illuminata di una luce gialla un po' fredda, come una grande luna piena.

Ecco, per la bambina quella finestra era la sua luna, il punto dove poter focalizzare dei sogni, se mai li avesse avuti, e non li aveva, perchè pensava che non sarebbe mai uscita da quella stanza e se anche fosse uscita non avrebbe saputo dove andare, certa com'era che nessuno la stesse aspettando. Ma quella luna immaginaria le teneva compagnia, sembrava indicarle un infinito in cui perdersi, una qualche promessa di futuro.

Più raramente la bambina girava la sedia a dondolo verso la piazza. Di interessante lì c'era soltanto un palazzo che aveva d'angolo, affacciata sulle infelici palme, una torretta dove, all'ultimo piano, una piccola finestra lasciava filtrare la luce di una lampada rossa. La bambina pensava che avrebbe voluto abitare in quella torretta ed era sicura che dietro quella finestra, c'era una stanza dove una bimba come lei leggeva alla luce di una lampada rossa.

Da quel lato, poi, c'era un'edicola - di cui riusciva a leggere, persino da quella sala, i titoli delle locandine esposte - e, accanto, una cabina telefonica.

Una notte, una delle tante in cui si era alzata per sfuggire ad incubi angosciosi e respirare meglio, si era affacciata a quella piazza e aveva visto una donna - indossava lunghi stivali di vernice nera - dentro la cabina, parlare concitatamente con qualcuno. Con chi parlava quella donna? Perchè quella conversazione non aveva mai termine? Perchè teneva la schiena voltata, rispetto alla finestra da dove la bambina la stava osservando, così da non mostrare l'espressione del volto? Solo le spalle che parevano singhiozzare, solo le mani nervose che si agitavano e a tratti battevano sul vetro della cabina svelavano che si stava consumando un dramma, lì dentro.

Poi la nonna si svegliò e venne a sgridarla, perchè era in piedi e prendeva freddo, lì, in pigiama, in ginocchio sulla sedia a dondolo a guardare chissà cosa dalla finestra.

Doveva coricarsi e dormire e fare la brava, che ci mancava ancora che le venisse la bronchite, con tutti i problemi che già c'erano, che poi avrebbe dovuto rimanere a letto e non sarebbe potuta uscire.

Uscire?

Non usciva mai.

 

 

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