La padrona

 

 

             

di Aglaja

Cinquant'anni, ma è ancora una bella donna. Pare un fotogramma di un film dell'Italia buona del dopoguerra, quelli con le robuste levatrici, le bersagliere, il pane, l'amore, la fantasia. E' alta, bruna, occhi verdi dal taglio obliquo, lineamenti forti, un grande seno che il busto spinge prepotente dalle ampie scollature dei suoi abiti. Suoi in tutti i sensi: lei li ha disegnati (mai imitando, per sè, le firme della moda, ma sempre seguendo il suo gusto personale, di un'originalità che avrebbe meritato, forse, scenari diversi da quelli della piccola città di provincia dove vive, clienti diverse da quelle ridicole e pur pretenziose signore che deve accontentare), lei ha scelto le stoffe (toccandole, accarezzandole, palpandole, come un'amante sfiora e fa sua la pelle e il corpo dell'amato) lei li ha cuciti (ma solo quelli che indossa: da tempo, invece, quelli delle clienti li cuciono le lavoranti), lei li indossa (con un fare da regina un tempo orgoglioso, ora quasi patetico).

Abita in una casa appena fuori dal centro, al piano terra. Una porta scura e pesante, tra le scale e il largo portone, introduce in un ingresso quadrato, su cui si aprono le tre stanze principali dell'appartamento.

La più grande è un bel salone, illuminato da un lampadario a gocce, che trasforma i raggi del sole, che filtrano dalle persiane abbassate, in bagliori arcobaleno, riflessi come un caleidoscopio dai tre grandi specchi che coprono le pareti. Qui la padrona riceve - su appuntamento - le ospiti/clienti, che provano gli abiti, bevono il tè, servito in fragili tazze di porcellana, appoggiate su un tavolino basso tra due ampie poltrone a fiorami, pescano ovetti di cioccolata da una ciotola di cristallo, si baloccano con una gondola, dove, al suono di un triste carillon, gira a scatti una ballerina in tutù. Sul parquet un grande tappeto e, a pancia all'aria, la "Bambina" (l'ha chiamata così) della padrona, una vecchia bretton bianca e arancione dagli occhi ciechi, indifferente all'andirivieni delle signore.

Da una porta mai chiusa si intravede, invece, nella penombra, la stanza da letto, dove troneggia un maestoso letto di legno, dai pesanti decori, i doppi materassi di lana, così alti da far sembrare un'arca quel talamo deserto, coperto da un copriletto di raso lucido dai ridondanti volants. E' così grande quel letto, così eccessivo, che riempie di sè l'intera stanza, così che non noti l'armadio scuro e bombato, i comodini striminziti carichi di immaginette sacre racchiuse in piccole cornici d'avorio.

La terza stanza la senti, prima di vederla. Un rumore meccanico e incessante di macchine da cucire azionate dai pedali messi in movimento dai frenetici piedini delle lavoranti. Sovrapposto ad esso, la voce di una radio antica, che trasmette canzoni e parole che illudono di compagnia. Lì dentro c'è un odore particolare, umano e animale, un afrore che viene dalle pellicce, dalla lana, dalle stoffe, ma anche dalla pelle smorta e dal fiato delle tre signorine invecchiate lì dentro, estate e inverno in quella cameretta, la cui finestra dà sul vuoto e dove, perenne, biancheggia gelido un neon.

Sulle stoffe bellissime, corrono segni misteriosi, azzurrini, tracciati dalla padrona con rapidi gesti e un gesso dalla grassa consistenza, un magico ciotolo azzurro che suggerisce dove tagliare, dove cucire, dove allargare.

E mentre le tre lavoranti tagliano, cuciono, allargano, e mentre la padrona serve il tè, e mentre le signore provano e riprovano i vestiti, e mentre la Bambina si morde compulsivamente una zampa, viaggiano le chiacchiere, da una stanza all'altra e le malignità rimbalzano e si tagliano, si cuciono, si allargano sugli assenti di oggi, che si rifaranno sicuramente, domani, sui presenti di ieri.

Ma nel laboratorio, protagonista assoluta della malignità vendicativa delle signorine, è proprio la padrona. Dieci, cento, mille volte si rievoca la sua storia, ogni volta aggiungendo nuovi particolari, non necessariamente veri e tuttavia verosimili, in quel quadro volgare e unto che la rappresenta. Volgare, come i personaggi della storia in cui è protagonista. Unto, come la carta in cui il prosciutto, che si vendeva nel negozio del signor Luigi, veniva avvolto.

Colei che oggi si atteggia a "maestra d'atelier", era una ragazzina di quindici anni, quando la madre la mandò a bottega dal signor Luigi. Era una salumeria straordinaria: un grandioso bancone di marmo con formaggi grassi e odorosi, lardo che si scioglieva da grossi blocchi candidi, cilindri di latta i cui taglienti coperchi sollevati mostravano olivone verdi e olivette nere in salamoia, tonno rosa/beige annegato in olio paglierino, un po'acquoso. A lato del banco, vi erano ampie vasche, dai rubinetti sempre aperti, in cui giacevano candidi stoccafissi. Forme gigantesche di grana, intere o sventrate, salumi di ogni tipo da affettare, barattoli di conserve di pomidoro riempivano gli scaffali; pacchi di pasta secca e riso in sacchi di juta si appoggiavano alle pareti, mentre dal soffitto pendevano ganci di ferro che reggevano maestosi prosciutti con l'osso e grappoli di baccalà irrigiditi. Un sentore di opulenza che stordiva lo stomaco e i sensi, che ti metteva voglia di abbandonarti alla golosità del vivere, all'indigestione del godimento.

La nuova giovanissima commessa si adattava perfettamente a quell'ambiente: la sua carne bianca, abbondante, profumata, morbida, sembrava nata per essere gustata con gli occhi e assaggiata, infine, dal generoso signor Luigi, avvolto in un grembiale sempre immacolato. Luigi era generoso nell'offrire tocchi di parmigiano ai bambini, larghe fette di mortadella alle mamme, cordialissimi sorrisi alle nonne e grandi ammiccamenti complici agli sventurati mariti che portavano i pacchi. Generoso anche di insegnamenti verso quella ragazzetta donna, che da lui imparò, infatti, nel retrobottega, appoggiata a barili e scatoloni, cosa potesse celarsi sotto un grembiale immacolato.

Luigi fu generoso con lei anche in seguito, regalandole, dopo qualche anno di esplorazioni nel retrobottega, un appartamentino dove potesse tagliare e cucire vestiti (era la sua grande aspirazione, il sogno segreto) e dove, soprattutto, potessero incontrarsi con comodo, lontano dalle malelingue salmistrate che già sibilavano arricchite verità.

E fu sempre la generosità di Luigi a spingerlo a promettere alla giovane amante di sposarla, non appena, naturalmente, sua moglie fosse mancata, poverina, annientata da quel suo cuore fragile che tanto la faceva tribolare..

La ragazza, in pochi anni, messi a frutto il suo talento e i soldi del generoso Luigi, divenne una sarta molto apprezzata, la padrona di un atelier piccolo, ma frequentato assiduamente da quelle stesse signore che mai l'avrebbero invitata nelle loro case perbene. Questo, però, non le importava più di tanto: in fondo erano manichini flaccidi, che esistevano solo indossando le sue creazioni.

La padrona per molto tempo aspettò che il triste fato della moglie di Luigi si compisse: ogni sera pregava, inginocchiata davanti ai suoi santini (adattava una sua certa devozione ingenua ai propri interessi), affinchè il Cielo si prendesse quella povera donna, mettendo fine alle sue tribolazioni.

Nel frattempo, la domenica sera e in qualche altra occasione, il signor Luigi provava con lei la morbidezza di quel grande letto che li accoglieva complice, e che conservava, al mattino, il vago odore gastronomico di lui e il costoso profumo francese di lei.

Gli anni sono trascorsi, lentissimi e implacabili nel loro non ritorno.

La padrona ha conquistato un'improbabile rispettabilità, che viene dalla maligna compassione che suscita ormai nelle clienti. Il signor Luigi ha ingrandito la salumeria, trasformandola in una moderna rosticceria specializzata in monoporzioni (generose) per single. Fra le tanti commesse del suo negozio, ve n'è una molto giovane, ma ben messa, che spesso lo aiuta a mettere ordine nel retrobottega. Il grande letto di legno nella camera in penombra ha visto sempre meno la sagoma del salumiere disegnata sui grandi materassi di lana. Anzi, ora è molto che quell'afrore di salumi e formaggi non si mescola più allo Chanel.

Solo una cosa non è cambiata: la padrona prega sempre, devotamente, ogni sera. Solo che adesso supplica il Cielo perchè la moglie del signor Luigi, povera donna, sopportando cristianamente le sue sofferenze, viva a lungo.

Molto a lungo..
 

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