Illusionismi

 

 

 

 

di Aglaja

La giornata era stata lunga e intensa.

Erano partite al mattino presto, in un'aurora che sarebbe restata a lungo negli occhi della bambina: dal finestrino di quel lungo treno ancora antico, con gli scompartimenti appannati di fumo e sbadigli non trattenuti, i sedili di prima classe ricoperti di velluto verde, polveroso e pungente, aveva visto il sole appena sorto glassare di rosa lucente le nuvole che accompagnavano il diradarsi della notte, e lo aveva sentito accendere di vita scoperta il suo visetto paffuto ed assonnato.

Si era deciso che occorreva rendere visita a certi amici di Torino, conosciuti tanti anni prima dai nonni e da una mamma ragazza - immaginata dalla bimba timida e introversa come lei - ad Uscio, in quella famosa Colonia Arnaldi dove si andava - a sentir la nonna - per patir la fame, conoscere bella gente e depurarsi, in attesa di tornare alle proprie mense imbandite di ogni alleato del colesterolo e del diabete.

Di questi famosi amici torinesi, la bimba aveva da sempre sentito favoleggiare "..e il signor G., che uomo distinto, che modi garbati!" "..e la galleria di dipinti del signor G., che meraviglia, che artisti prestigiosi!" "..e la signorina Maria, che brava ragazza, che educazione raffinata!" "..e che disgrazia la morte di quella povera signora! Che lutto! Che dolore! E che riserbo nel sostenerlo!". Poi, qualche mese prima, ecco che si erano inopinatamente materializzati sulla soglia della loro casa e allora la bambina aveva potuto finalmente dare un volto a quei fantasmi.

Il signor G. aveva realmente un'aura di distinzione ottocentesca che incantò la bambina. Lo figurava uscito da uno di quegli sceneggiati che in quegli anni la televisione trasmetteva: alto, ossuto e segaligno, radi capelli candidi che lasciavano sgombra una fronte spaziosa  e bombata, certamente attraversata - pensò la bambina - da pensieri profondi, pelle sottile e diafana, vene azzurrine sulle tempie ed importanti favoriti.  Lo sguardo era chiaro e in apparenza smemorato, forse perso in altezze iperuraniche, ma velato di una bontà cortese e compassionevole. Vestiva di grigio scuro, e sul reverse della giacca elegante spiccava un bottone rivestito di stoffa nera, segno di un lutto avvertito ancora come recente.

Sua figlia Maria era esattamente come la bambina immaginava le signorine zitelle, sfuggite - per volere o per forza - al giogo di un destino matrimoniale per rimanere ad accudire genitori egoisticamente amorevoli. Aveva grandi e bovini occhi scuri, dallo sguardo languido e curioso, i capelli neri - tra cui spiccavano argentei fili di precoce invecchiamento - tagliati alla moda di almeno vent'anni prima, trattenuti di lato da una semplice forcina. Indossava un cappottino color tortora, sobrio al limite del dimesso, come dimessa e modesta era l'espressione del viso, appena incipriato di polvere rosata dal profumo dolciastro, che colpì l'olfatto della bimba costretta, suo schifato malgrado, ad accogliere la richiesta di un bacio sulla guancia.

Entrambi pronunciavano le frasi di circostanza e di saluto con un accento dalle larghe vocali che la bambina non aveva mai sentito in precedenza e che le suonò dolce e benevolo, in confronto a quello ligure, dalle venature sarcastiche, che era abituata ad ascoltare.

Erano stati fatti accomodare nella Sala Da Pranzo (quella che la nonna pronunciava con tanta orgogliosa enfasi da far sentire nettamente le maiuscole che le attribuiva) ed era stato loro offerto un Caffè (anche questo maiuscolo), che era stato servito nella panciuta caffettiera d'argento e versato nelle tazzine turchine, trapuntate di stelle d'oro come il rivestimento interno, disposte con studiata simmetria sul vassoio d'argento più grande, intorno a un trionfo di amaretti e pasticcini.  

La conversazione (come tutte quelle che, in seguito, la bambina udì con quegli ospiti) aveva seguito uno schema ben preciso: si era partiti dai convenevoli d'obbligo - "Vi trovo bene!" "Che bella cera!" "Non siete per nulla cambiati!" "Una casa accogliente!" "Che arredamento di gusto!" "Che bella bambina!" - con quella necessaria e rassicurante ipocrisia dettata dalla buona educazione. Poi si era scivolati ai giorni trascorsi alla Colonia Arnaldi - "Ah, che bei ricordi!" "Che settimane rilassanti!" "Come si soffriva la fame!" "E le tisane? Ricordate che sapore disgustoso?" "Che belle passeggiate!" "Che lunghe chiacchierate!" "Vi rammentate della famiglia R.?" "E di quei simpatici signori F., che ne è stato?" - rivissuti come un Eden irrimediabilmente perduto, spazzato via da tragedie successive che avevano impietosamente travolto le loro esistenze. Paradossalmente proprio su tali tragedie si sorvolava con fine non chalance, appena carezzata da eloquenti sospiri di rimpianto. Quindi ci si era rituffati nel presente, sugli aggiornamenti riguardanti parenti e relativa prole, su acquisti e investimenti, sulle rispettive attività ,  e la conversazione era così divenuta insostenibilmente noiosa per la bimba, che si era nascosta sotto il grande tavolo col cane, in mano una matita e un notes. D'un tratto, spuntò il viso pallido e sorridente del signor G. che si era inclinato di lato a 90 gradi per interloquire con la piccola: "Ti annoi?" domandò, con il tono cortese e deciso di chi già aveva compreso. La bambina, che mai avrebbe offeso una persona così squisita, protestò: "Oh no, affatto!" e sorrise, certa che il dialogo si sarebbe chiuso così. Invece l'uomo gentile continuò: "In realtà certe conversazioni sono davvero insulse" pronunciando quest'ultima parola quasi in un sussurro, accompagnato da una sorprendente strizzata d'occhio. "Fammi vedere cosa stai disegnando", le chiese ancora. La bimba, timidamente, porse il taccuino, dove il cane, arrotolato tra i suoi ricci corti di barbone ben curato, si era trasferito dal tappeto alla carta a quadretti. "Davvero interessante" borbottò. Quindi, si tirò su, non senza qualche scricchiolio delle ossa. Fu il turno della bambina di sbucare da sotto il tavolo: "Vuol vedere degli altri disegni?" osò, meravigliando se stessa. "Volentieri" rispose il distinto signore. Si allontanarono dalla sala da pranzo (in minuscolo) tra i sorrisi condiscendenti degli altri adulti. Nello studio della mamma, dove teneva i suoi album impilati sul vecchio pianoforte, iniziò un serissimo dialogo tra l'anziano gallerista e la bambina sulle tecniche che questa usava per disegnare, del suo rifiuto di usare i colori, preferendo i chiaroscuri del carboncino e i tratti decisi della china, del circoscrivere il soggetto rappresentato senza inserire altri particolari, per isolarlo dall'ambiente. Dal disegno si passò alle parole che la bambina amava scrivere, abbozzi di poesie, ritratti di persone viste o immaginate, emozioni finalmente rivelate ma trattenute dal laccio di rime ingenue e pompose. Il signor G. era abile nel farla parlare, riflettere, seguirlo in ragionamenti sempre più complessi e profondi, in un godimento evidente per entrambi. Le parlò della sua galleria, degli artisti che esponevano da lui, di una ragazza, Gemma, che aveva seguito dai suoi primi passi all'affermazione. La interrogò sulla vita, sul valore dei giorni e degli istanti, le disse del doppio sguardo che un artista deve avere, tra l'oggettività del reale e la sua soggettiva apparenza.

Venne l'ora del congedo. I commiati furono cerimoniosi e carichi di promesse di rivedersi presto, e la bambina dolorosamente pensò che, come sempre, non vi sarebbe  stata continuazione e si sarebbe ripresa la solita vita trascorsa in disparte, senza contatti - "come appestati", si ripeteva - rassegnata e in fondo convinta che quello fosse il loro giusto destino. Invece, qualche mese dopo, complice una rinnovata corrispondenza tra la signorina Maria e la mamma, fu presa l'inattesa decisione: ci si sarebbe recati a Torino per contraccambiare  la visita.

Il viaggio era stato lungo, ma l'eccitazione aveva impedito alla bambina di appisolarsi e persino di leggere. Non era mai stata a Torino e in quell'anticipo di primavera non le parve la città un po' grigia e "squadrata" di cui aveva sentito parlare dal nonno, che era rimasto a casa con il cane. Anzi, i portici alti, le strade dagli incroci regolari come quelli di una scacchiera, le piazze grandi e ordinate, persino il traffico, che le parve discreto e ovattato come la voce di quel suo amico garbato, le davano un senso di familiarità ed accoglienza. Il taxi le portò rapidamente nella via centrale dove abitavano i G. La casa stava in un palazzo dalla fiorita grazia del primo novecento. Suonarono alla porta dell'appartamento e fu proprio la signorina Maria, con la stessa pettinatura e la stessa modesta semplicità, ad aprire. Il padre era rimasto qualche passo indietro, sorridente e pacato nel salutare le ospiti. Non era una casa vasta, o così parve alla bambina, ma forse tale impressione era dovuta alla quantità incredibile di ninnoli, cornici, fioriere, oggetti delle più varie dimensioni che ingombravano ogni centimetro di qualsiasi possibile superficie. Le pareti, poi, erano letteralmente rivestite di quadri, stampe, disegni che subito incantarono la bambina, che si mise ad osservarli con grande attenzione, mentre i grandi replicavano la conversazione di qualche mese prima, sorseggiando rosolio offerto in minuscoli bicchierini di cristallo, e degustando squisiti cioccolatini e speciali giandujotti di un famoso negozio cittadino. Dopo qualche minuto la raggiunse il signor G., che riprese a dialogare con lei come se non fossero trascorsi che pochi minuti dal loro precedente colloquio. Le mostrò, in particolare, i quadri di Gemma, illustrandole la tecnica del puntinismo, che la pittrice aveva adottato. Le spiegò con pazienza, ma rivolgendosi a lei come un'adulta, quanto importante fosse, in questa tecnica, la stesura del colore, che viene depositato a tratti o sotto forma di punto, utilizzando solo i colori primari.
"Vedi, - le disse sorridendo - tanti minuscoli punti sovrapposti formano il colore scelto, i contrasti così si fondono, dando l'impressione, per chi osserva l'immagine riprodotta, di sfumature e toni che in realtà sono la sovrapposizione dei colori primari". "E' un inganno, quindi", dedusse la bambina. "In un certo senso sì - le rispose il gallerista - ciascun colore è influenzato dal suo vicino, e quindi i colori, non mescolati ma accostati, creano un simultaneo contrasto. La fusione dei colori, in questo modo, non avviene nel quadro ma nella retina dell'osservatore. Riesci a comprenderlo?" "Penso di sì - annuì la piccola - il pittore fa vedere ciò che non c'è sulla tela ma solo negli occhi di guarda". Il signor G. allargò il suo sorriso e offrì un cioccolatino alla bambina, che lo gustò soddisfatta.

Giunse così il momento di salutarsi. La bambina era dispiaciuta di dover ripartire, ma il signor G. pronunciò un "Arrivederci!" così carico di promesse che ella ne fu riconfortata. Una vettura le riportò in stazione, dove già il loro treno era fermo sui binari.

Il viaggio di ritorno, senza più sogni e aspettative si preannunciava ben più monotono di quello d'andata. I giornalini che le erano stati acquistati furono ben presto letti e dimenticati. Il buio della sera velava impenetrabilmente il paesaggio che correva veloce, e le luci del percorso ferrato si allungavano in inquietanti scie luminescenti. La nonna aveva già cominciato a russare in modo insopportabile, tanto che un viaggiatore - con silenzioso ma esplicito disappunto - si era allontanato sbuffando dallo scompartimento. Il suo posto, tuttavia, non tardò ad essere nuovamente occupato da un signore che, fino a quel momento, era rimasto in piedi nel corridoio. Egli aveva con sé una valigetta nera, che preferì tenere in grembo, invece di adagiarla nel portabauli sopra i sedili. Pareva incurante dei rombi di tuono che la nonna emetteva pacifica, anzi, dimostrò subito il suo buon umore iniziando a chiacchierare con gli altri passeggeri. Era una persona di compagnia, amabile nel conversare, e abile nell'intrattenere con facezie e sapide battute il piccolo pubblico di stanchi viaggiatori. Quando la nonna si svegliò, destata dalle risate strappate dallo strambo signore ai suoi ascoltatori, con grande stupore della bambina, partecipò all'allegria generale, mostrando anch'ella di apprezzare la compagnia di quell'uomo. Questi, poi, si rivolse direttamente alla bambina: "E questa bimba che non dice nulla, vuole almeno rivelarmi il suo nome?". Imporporandosi come sempre, lei glielo disse. "Che bel nome! E'il nome di una principessa, lo sai?" "Quella si chiama anche Maria" borbottò la piccola scorbutica, che doveva le sue informazioni ai settimanali di pettegolezzi che la nonna non si faceva mancare. "Oh oh! Siamo di cattivo umore, eh?" non si lasciò smontare il tipo. "Ti propongo un gioco, ci stai?" "Vabbè.." accondiscese lei di malavoglia. Allora il signore aprì la misteriosa valigetta, che ancora riposava sulle sue ginocchia, e ne estrasse un mazzo di carte. Poi tirò fuori dal taschino una penna e un taccuino. Ne strappò un foglio e vi scrisse in fretta qualcosa. Poi lo ripiegò e lo diede alla bimba perché lo tenesse senza guardarlo. Quindi la invitò a scegliere una carta da quel mazzo e a mostrarla. Era un dieci di cuori. L'uomo chiese alla bambina di aprire il foglietto: vi era scritto "5 di cuori". "Ha sbagliato", rimarcò lei con una punta di divertita crudeltà. "Hai proprio ragione", rispose lui con aria contrita e, rivolgendosi a uno dei passeggeri che stava fumando una sigaretta, chiese "Può gentilmente prestarmi il suo accendisigaro?". Questi glielo porse, un poco perplesso. "Hai proprio ragione" ripeté, rivolto nuovamente alla bambina "Sai che facciamo? Diamo fuoco a questa carta cattiva che non mi obbedisce" e, così detto, avvicinò la fiamma alla carta che, magicamente, invece di incendiarsi, mutò il suo valore in un cinque di cuori. La bimba era rimasta a bocca aperta e così gli altri viaggiatori che scoppiarono in un vigoroso applauso. Prima che questo si affievolisse, l'uomo avvicinò la propria mano al viso della piccola scettica ammonendola: "Non bisogna rimanere con la bocca aperta: non sai mai cosa ci può finire dentro!" e così dicendo la bambina sentì per un attimo sulle proprie labbra il gusto freddo e metallico di una moneta, che lo strano tizio fece immediatamente sparire, per farla poi riapparire dietro l'orecchio della nonna. Ma le sorprese non erano ancora finite: dalla valigetta adesso apparvero due grandi anelli lucenti "Puoi dare un' occhiatina per controllare che non siano rotti?" le chiese ancora. La bambina verificò la loro integrità e il signore, con molta serietà si rivolse agli altri passeggeri: "Siete d'accordo anche voi che gli anelli sono intatti, vero?" Tutti annuirono, mentre quello li faceva tintinnare, scontrandoli tra loro ripetutamente. "E allora come spiegate questo?" e nell'istante in cui pronunciò quelle parole ecco che gli anelli si incatenarono tra lo stupore generale. La bambina rimase a bocca serrata, ma l'uomo questa volta fece scivolare delicatamente da dietro il suo collo un foulard rosso, con cui legò ancora i due cerchi che, nel frattempo, si erano nuovamente separati. "Sai fare un bel fiocco?", le chiese sorridendo. Questa volta lei ricambiò il sorriso e disse: "Certo!" e lo annodò con cura. "Mmmh.. un fiocco coi fiocchi!" esclamò ridendo l'uomo che, alzatosi, dopo aver fatto passare gli anelli dietro la schiena, li mostrò separati ai suoi meravigliati spettatori, offrendo alla bambina il fiocco rosso ancora perfettamente annodato. "Bravo! Bravo! Ma come ha fatto?" si risolse finalmente a domandargli "Io l'ho seguita con attenzione, ma non ho capito come c'è riuscito". "Vedi, - le rispose il signore fattosi serio - potrei risponderti che sono un mago ed è magia quella che ho usato. Ma queste sono illusioni: nulla di quanto hai visto è come appare". "La magia è negli occhi di chi guarda!" si illuminò la bimba, rammentando i quadri di Gemma illustrati dalle parole del signor G. "Lei fa sì che noi vediamo ciò che *lei* vuole che vediamo". "E'così, piccola filosofa. Nulla è come sembra " rise lui. Ma intanto era arrivato alla sua fermata. Chiuse la valigetta, si infilò la giacca e ne trasse ancora una carta da gioco che porse alla bambina. Salutò in fretta e scese di corsa dal treno. Intanto la bimba aveva girato la carta. Era, in realtà, un biglietto da visita. Vi era scritto: "Antonio E., in arte MAGO TONY" e, più in basso, "idraulico".

 

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