Stazione radio lontana

 

 

             

di Aglaja

I miei bambini sono in un cassetto come i miei denti. I miei bambini morti prima di cominciare a vivere, in quel cassetto bianco, in cima agli altri. Me li prende per favore? Non posso andare fin lassù come prima, devono scendere loro, possiamo andare insieme in pasticceria per le paste del loro battesimo che non c’è stato, sa? Non c’è stato, non sono venuti, i miei bambini, sono andati via prima. Mandi via quegli uomini, la prego, mi vogliono picchiare, lo hanno già fatto tante volte, che poi è sempre la stessa, ma tornano sempre. Nel portafogli troverà la tessera: posso prendere un chilo di zucchero, lo porti a mia moglie, presto, l’aspetta, mi aspetta. Mi aspetta ancora mia moglie vero? Per questo non viene: mi aspetta. Mi aspetta a casa. La casa con la stanza grande al centro, poi di lì si va nelle camere e di lì ancora in dispensa e di lì nello stanzino buio, ma ho paura, mi porti via dallo stanzino buio. Perché tenete i miei denti nel cassetto coi miei bambini? Devo uscire, porto fuori il cane. Mi vuole bene il cane. E’ già successo che gli fanno l’iniezione? Mi sembra che gli debbano fare l’iniezione. O la dovete fare a me? Sto male, in effetti, non respiro così bene, non respiro perché ho paura, non capite? Cadono le bombe in galleria, perché la bici va così lenta? La luce è lontana. E’ quella sopra questo letto. E’ il sorriso di mia madre! Mamma! Sei qui? Non capisco cosa stai dicendo. Ho i denti nel cassetto, non posso sentirti, ma ti vedo, anche se sei diversa, sei tu. Quanta gente è venuta a trovarmi, anche lui! Allora avevo ragione che aveva vent’anni come me! Andiamo a farci fare una foto - ho il papillon!- così lo vedono tutti che abbiamo vent’anni e questa è Firenze e siamo felici, felici. Lei! perché mi costringe a inghiottire questa roba?! Non si permetta! Sono rispettato, mi deve rispettare! Disegno le locomotive, partirò presto, ne guiderò una, l’ho sempre sognato e ora lo so fare, guardi, guardi: sto andando. Venga, salti su che andiamo a Firenze. No, mi confondo, ci siamo già a Firenze, lo so che è strana, diversa, ma deve essere Firenze, è così. Gabriella, ascolta la conchiglia. Il mare sono io, non essere triste, Gabriella, ti parlo io, non sei sola. Dov’è la bambina? Che bel sorriso, signorina. Ci conosciamo? Un bel sorriso. L’ho già visto, ma ora non ricordo. Non ricordo.. Mi sembra di sentire il bagnato delle lacrime, ma non ricordo.. sono le mie o le sue, signorina? E per cosa sono? Perché soffro se ho vent’anni e sono felice? Perché non trovo l’incartamento! Mi porti subito quell’incartamento! Altrimenti non riesco a inghiottire e soffoco. Soffoco, non respiro bene. L’incartamento è nel cassetto. Aprite quel cassetto! Liberate i miei denti e miei bambini. Nell’incartamento c’è la chiave di tutto. C’è la mia locomotiva. Devo andare. Mamma.

“Ma che sta borbottando l’otto?” “Farnetica, come sempre” “Sembra una radio rotta”

Ridono.

Una stazione radio lontana.

Manda impulsi e segnali sonori.
Ma le onde si disperdono nell'atmosfera, rimbalzano e si distorcono.
Un gracchiare, un sussurro, parole interrotte, silenzio.

Fine delle trasmissioni.  

 

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