Scale e fughe 

 

  

 

di Aglaja

 

Era un corridoio lunghissimo.

No, dire corridoio non rende l’idea: era un salone di cui non si intravvedeva la fine, un percorso a ostacoli invisibili, una selva spoglia, un labirinto lineare, un gorgo, un antro, un pozzo. Un incubo.

Eppure era solo un largo, spazioso, immenso, eterno corridoio lunghissimo, che la bambina ogni giorno percorreva, abbandonata a sé e alle sue misere armi di sopravvivenza.

Per arrivare a quel corridoio lunghissimo, doveva ogni giorno affrontare una  ben più lunga strada, la manina umida di angoscia abbrancata a quella rugosa del nonno, che nell’altra reggeva – in vece della nipotina - la cartella rettangolare, gonfia di quaderni, astucci e sussidiari.

A volte la bambina chiacchierava, domandava, inquisiva, pontificava – persino! – conscia com’era di essere la piccola dea di quell’uomo anziano che pendeva dalle sue labbra, che si addormentava sfinito dal continuo leggerle fiabe nelle interminabili giornate di febbri infantili, che la accompagnava ai giardinetti e la osservava giocare in disparte, che le confidava ricordi belli e brutti di lavoro e vita, di treni disegnati e guerre subìte, di amici perduti e animali trovati, di neonati morti e spose poco amate, che le insegnava a fischiare, modulando il fiato con arte sopraffina, le canzonette della sua gioventù.

Altre volte, più spesso, il viso aggrondato, il labbro inferiore sporgente, si lasciava invece trascinare dal nonno in silenzio, già immaginando le beffarde domande (“Non viene mai tuo padre a prenderti?” “Non fai mai una festa di compleanno?” “Perché non inviti mai nessuno a casa tua?”) e le cantilenanti derisioni delle compagne (“Sei brutta, sei grassa, non sai correre, non sai fare le capriole, hai vestiti ridicoli, alla mia festa non vieni”, prevedibili variazioni del consueto: “Non ti vogliamo”), nonché le perfide osservazioni delle suore (“Naturalmente, dove c’è scritto 'Firma del padre o di che ne fa le veci', farai firmare dalla mamma” “Alle prove della Comunione non occorre tu faccia venire i tuoi”) alle quali ormai aveva imparato a non rispondere, a far finta di nulla, a mostrare quel sembiante di indifferenza che pareva irritare ancor più le piccole o grandi persecutrici.

In quel silenzio contava i passi, osservava i piccioni, i fili d’erba tra le lastre del selciato, il pescatore incongruamente ignudo in mezzo a una fontana, alle prese con un pescespada dalla cui bocca zampillava l’acqua, le vetrine celate dalle saracinesche ancora abbassate, i rari passanti accigliati come lei.

Arrivava poi la salita, la prima che occorreva affrontare per arrampicarsi verso quel castello che dominava la cittadina e che ospitava la scuola delle suore dove era iscritta.

Quante volte il nonno le aveva raccontato che qui, proprio in quella strada che si inerpicava verso la parte alta di S., loro, i nonni giovani e una mamma bambina, in un tempo più felice – nonostante la guerra - avevano abitato in una casa che sempre le era stata descritta come lo scoglio da cui, povere ostriche, erano state strappate dalla marea della vita.

Ora, continuando a contare i passi ("mille e uno, mille e due, mille e tre.."), cercava con lo sguardo i suoi punti di riferimento che le confermavano il percorso: i due piccoli leoni di pietra che sorvegliavano un cortiletto, un cagnolino riccio dall’aspetto di una pecorella che portava a spasso una padrona tozza e senza collo, la carcassa di macchina abbandonata in cima alla salita, dietro cui le era capitato di nascondersi in un’urgenza di pipì da paura.

Quindi, dopo una curva, arrivava la parte più faticosa: la grande scalinata che portava al castello. Era ripida, larga, divisa in tre lunghe rampe, una che tagliava la collina in diagonale e le altre due che si arrampicavano in verticale. Quando c’era la mamma ad accompagnarla (capitava due o tre volte all’anno) era una festa: aveva più fiato del nonno e poteva canticchiare con lei una filastrocca che l’aiutava a salire quei gradini così faticosi. Ma al nonno, meschino, ci voleva tutta l’aria dei suoi poveri polmoni solo per sostenere quello sforzo immane; così alla bambina, nella muta fatica, si gonfiava il cervello di pensieri orribili, leniti solo dal piacere che le procurava comunque la prospettiva di imparare qualcosa di nuovo.

E poi, lasciato il nonno nell’atrio della scuola, ecco ancora una rampa: uno scalone di marmo che portava a un primo corridoio, illuminato dalla luce del giorno filtrata dai vetri colorati dei finestroni del castello. Altri tre gradini e un bivio: a destra, l’ennesima scala, questa dal meraviglioso corrimano di ferro battuto che si avvolgeva su se stessa in un’ampia curva e che portava i bimbi più grandi alle classi superiori; a sinistra, il corridoio dell’orrore.

Il nonno solitamente la faceva giungere a scuola ben prima del suono della campanella. La bambina si ritrovava così in perfetta solitudine ad attraversare quell’ultimo tratto che la separava dal più rassicurante corridoietto che si apriva sul fondo, a sinistra, rivestito di rasserenanti piastrelline verdi su cui si affacciavano le prime tre classi elementari.

Ai lati del maestoso corridoio correvano invece delle altissime scaffalature di legno scuro, dai ripiani velati da sottili griglie dalle maglie rade, dietro cui luccicavano gli occhi di vetro di centinaia di animali impagliati, che parevano tutti fissarla con la disperata violenza di chi è congelato nell’eternità della propria morte, senza l’oblio pietoso della smemoratezza del tempo, prigionieri dell’istante che ne aveva fermato la fuga e la salvezza. La bambina sentiva il suono dei propri tacchetti rimbombare in quel silenzio di non vita e le pareva che a dare il ritmo ai suoi passi fosse il battito martellante del suo cuore. Immaginava che quelle bestiole fossero stati bambini rimasti intrappolati in un incantesimo perverso delle suore, da una preghiera malvagia a un dio impietoso che respingeva, invece di accogliere. Bimbi come lei senza speranza, schiacciati da altrui volontà, gli occhi sbarrati eternamente a domandare perché, perché, perché, senza neppure più attendere una qualsiasi risposta.

Una mattina, si era appena affacciata sulla soglia di quel cerchio infernale, sentì - come se a farla partire fosse stato il primo timido passo del suo piedino – una vibrazione fortissima, un grappolo di suoni che precipitavano dall’alto, scanditi in un rimbombo che – le parve – oltre lei aveva fatto tremare anche l’aquila dalle ali spalancate che svettava sul ripiano più alto. E, dopo quelle, altre note che si inseguivano in un ritmo sempre più concitato, come il suo cuore impazzito, e che rimbalzavano da una parete all’altra e l’avvolgevano e la stregavano, in una confusione di timore e di bellezza. E ancora il canto e l’urlo, il soffio e il turbine di uno strumento nuovo, molto diverso dalla sonorità dolce del pianoforte che aveva a casa, “la voce di DIO!” si ritrovò a dirsi, soggiogata da quella musica che parlava a lei, proprio a lei, raccontandole della propria paura e disperazione, delle scale reali e metaforiche da salire e da scendere, del fuggire e del correre della mente tra angoli oscuri e sogni di luce solo intravista.

Ma mentre la bimba rimaneva immobile in quel corridoio, rapita, la cartella caduta, la bocca spalancata (chissà se in un primo presagio di inadeguatezza), ecco che la musica si spense improvvisamente in un gracchiare insensato: “Prova, prova.. Uno, due, tre.. Prova, prova..” .

Sì, la prova di quel modernissimo impianto di altoparlanti, che da quel momento in poi permise alla Molto Reverenda Madre Superiore di raggiungere in ogni angolo le sue pecorelle più o meno smarrite, era riuscita.

Era riuscita ad aprire un varco, a mostrare alla bambina una finalmente raggiunta via di fuga.

Una fuga di Bach.

 

Aglaja

 

 

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