La scatola magica

 

 

di Aglaja

10) ALLA DERIVA

 

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Eugenio Montale, Le occasioni

 
Le parole tracimano, penetrano, scavano, si insinuano, avvelenano.
 
La forza devastante di una verità rivelata e pericolosa, scagliata e dirompente nel suo sussurro, senza il velo della speranza, senza la carezza delle ciglia che proteggono lo sguardo, senza la tenerezza di una mano che ripara.
 
“Alla deriva”. La vita della sua vita. E lei in un altrove, non ricorda quando assegnato, ma stabilito proprio perché assegnato. Un’altra non scelta che incatena. Una constatazione fredda, sfuggita in uno scricchiolio, come il definitivo incrinarsi di un ghiacciolo, acuminato, trasparente puntale che precipita – improvviso, inaspettato – nell’orecchio, che duole, duole e si lacera, si lacera e si allarga, portando con sè brandelli di sogni e di sorrisi e di partenze e di arrivi e di futuro.
 
“Alla deriva”. La vita della sua vita. E quella vita porta con sè i resti della sua: galleggiano ciechi, mentre il gelo li intride, macera  e consuma.
 
“Nella tua deriva, la mia fine”.  Le parole che non è riuscita a dire, inghiottite dal silenzio di un reciproco – insopportabile – dolore. Il naufragio di una felicità aspettata lascia relitti di disperazione.
 
Alla deriva.
 

La donna-scatolina

 9) CUBISMO

 

Dipingere non è un’operazione estetica.

E’ una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione tra questo mondo estraneo ed ostile e noi.

Picasso

 
Osserva sé e l’altro come in un quadro cubista: l’immagine di un unicum è spezzata, frammentata in un’analisi senza soluzione, riassemblata in una visuale astratta, che stride come l’urlo del gesso che scrive. Lo sfondo del tempo futuro e i piani prospettici del tempo trascorso si compenetrano, creando un vuoto ingannevole. Ecco che la descritta consapevolezza della reciprocità si annulla negli spicchi dello specchio in pezzi, il reclamato superamento verso un’unica entità delle singole parti si scopre superato dallo scomporsi delle singolarità, ora sì uniche, ma perché non conosciute davvero. Ecco la ricomposizione della figura rivelata da tutti i punti di osservazione, anche quelli impossibili, della dimensione che guarda dall’interno. Sì, ora sì l’immagine è chiara: le forme si reggono vicendevolmente in un precario e squilibrato equilibrio, trovano senso e scopo nell’essersi utili, necessarie palafitte di sostegno in un esercizio di sopportazione del dolore/supportazione nel dolore; elaborazione di felicità come fuga dal dolore/illusione razionale come cessazione del dolore. E poi tutta l’ambiguità di quel vuoto che resta con il precipitare delle dimensioni: l’immensa solitudine di ciascuno. 
 
Questa scopre essere la percezione dell’amore. 

La donna-scatolina

 

8) VUOTO/PIENO

 

 

Io tento una vita:

ognuno si scalza e vacilla

in ricerca.

S.Quasimodo, Curva minore

Vuoto.

Più piene sono le sue giornate, più ne avverte il vuoto. Il vortice del suo tempo concesso a chi non ne fa parte si arresta nell’attesa di chi corre contro il proprio tempo, perché lei ne faccia parte. 

Pieno.

La mente è vuota. Poche immagini, rare parole rimbalzano nel pieno di vacui pensieri, senza valore, senza importanza. La ragione non vuole concedersi il doloroso piacere della memoria. Il cuore sì: è pieno di sguardi, di frasi non dette e sussurrate, di momenti che sono eternità.

Vuoto.

Dove è la porta che conduce alla fuga, dove il tunnel che precipita nell’inferno, dove la scala verso l’infinito, dove il nero buco che sconfigge il tempo?

Pieno.

Quando la conta sarà terminata, quando le braccia saranno colme, quando il giorno vincerà la notte, quando la notte avrà il calore del giorno?

Vuoto, pieno. Adesso, poi. Ragione, cuore. Dove, quando.

Il senso perduto si trova nell’assenza.

La donna-scatolina

 

7) IKARIA

 

..E caddi come corpo morto cade.

Dante, Inf. C.V


Non farcela.
Il puzzle si disfa e lo sfacelo è la nuova non forma.
Cercare conforto nelle parole ma accorgersi che le lettere non si associano in un senso compiuto.
Confusione cerebrale.
Voragini aperte: lasciarsi inghiottire, provare ad aggrapparsi. Ma a cosa?
(Cosa, rosa, casa, chiesa, accesa, tesa, fusa, illusa, cosa, cosa, cosa?)
Immagina immagini. Prevale il nero.
(Nero. Summa minima. Massimo nulla. Culla, ninna, nanna. Nulla. Nebbia, fumo, cenere. Spento, buio, notte).
Connessioni sconnesse, alternanza e incoerenza, abisso e
giù,
giù,
giù.
Errare nello spazio e nelle decisioni, non decidere, anzi, recidere, uccidere, accidia vincente finalmente, finale scontato, scollato da iniziale partenza, perduta – intravista – perduta perduta perduta.
Cadere precipitare e ancora cadere precipitare infinito cadere precipitare.
Pochi gesti – disarticolazioni – convulsi, elettrici, poi disanimati.
Anima, vento, aria. Vuoto.
Poi il nulla.
Nulla.
Culla.
Ninna.
Nanna.
Nulla.

La donna-scatolina

 

 

6) IL GIUDIZIO UNIVERSALE

 

“Il Giudizio in genere è la facoltà di pensare il particolare come contenuto dell’universale”

Immanuel Kant, La Critica del Giudizio

 

Il Giudizio Universale non accadrà.

 

Perché è già accaduto. E’ accaduto ad ogni sguardo che l’abbia anche solo sfiorata, a ogni impercettibile sussurro appena intuito ancor prima che intercettato, a ogni retropensiero immaginato e visto nella contrazione di una fronte, in un abbassarsi di palpebre, in un incrociarsi furtivo di occhiate, in un angolo di bocca beffardamente rialzato.

 
E’ stata universalmente giudicata con sentenze definitive ancorché non pronunciate, condannata senza appello dalla disapprovazione di sguardi freddi e sprezzanti, reclusa da pregiudizi senza uscita, isolata da muri di ostilità evidente, sepolta senza pietà da risate neppure troppo bene nascoste.

Il Giudizio è stato Unanime oltre che Universale: questa donna è invisibile. Meglio:  inguardabile, inappetibile, inconcludente, inetta, inane, insignificante, inadeguata, INUTILE (manca imbecille, ma purtroppo si scrive con la M).

 

A volte pensa di essere malata. No, non solo delle mille malattie che da sempre la tormentano fisicamente. Malata psicologicamente. Malata al punto di pensare che debba essere sottoposta inevitabilmente a un crudele – e senza speranza di assoluzione – Giudizio Universale. Un Giudizio Universale che la condanni ad un Inferno di disapprovazione derisoria. 

 

Ma il Giudizio Universale non accadrà.

 

Perché è già accaduto.

In ogni istante.

 

La donna-scatolina

 

5) PESANTEZZA

Tutto sarà come al tempo lontano.

L’anima sarà semplice com’era,

e a te verrà, quando vorrai leggera

come vien l’acqua al cavo de la mano.

G.D’Annunzio, Consolazione

 

Tutto ciò che la riguarda è connotato da un’insostenibile pesantezza.

Pesante è la massa di carne che trascina, le braccia che, inerti, non riesce a sollevare, il capo che ciondola tetro sul collo fragile, le gambe bollenti che paiono fondersi con l’asfalto, i seni che inturgiditi dolgono, il ventre che si gonfia di indigerita amarezza.

Pesanti sono i pensieri che non le danno tregua, l’irresolutezza che la tormenta, il dolore che non viene metabolizzato, il desiderio che non trova sfogo, l’irritazione sofferente che deve essere camuffata.

Pesante, grave e greve, è il suono delle parole non dette, quelle inghiottite per non ferire e non essere ulteriormente ferita e ancor più appesantita da rimorso e accuse, quelle che teme di (u)dire davvero.

Pesanti i gesti da compiere, le parti da interpretare, i ruoli assegnati, i discorsi da fare, quelli da ascoltare, quelli da cui si lascia attraversare indifferente (?), fingendo una cerebrale ipoacusia, tentando un'invocata atarassia.

Pesante è l’anima che un tempo (quale? l’ha scordato, ma deve, perdio, *deve* esserci stato) fu leggera, e cerca la mano che sa attraversarla con una carezza – leggera – non data.

 

La donna-scatolina

 

4) NESSUNO

 

Eccovi un’anima

deserta

uno specchio impassibile

G.Ungaretti, Distacco

 

Nessuno, non vuole vedere nessuno.

La chiamano, la sollecitano, con po’ di irritazione, con un’ombra insopportabile di compatimento, con l’ammiccante sottinteso alla depressione che sempre incombe, alla situazione che certo accusa, all’introversione che tutto spiega: offrono una visita di circostanza, un’uscita che distrae, un incontro che conforta. 

Nessuno, non vuole vedere nessuno.

Accampa scuse, prova a sviare, balbetta inconvenienti, promette ripensamenti. Ma poi soccombe, perché – ancora – non sa dire di no, non riesce a essere forte delle sue decisioni, non può imporre ciò che vuole ( o non vuole) lei a ciò che esigono gli altri.

Nessuno, non vuole vedere nessuno.

Bisogna ricevere, occorre ospitare, è necessario uscire, è essenziale incontrarsi, vedersi, parlare, raccontare, sorridere, divertirsi, mangiare, bere. E’ per il suo bene, certo. E’ per riguardo nei confronti di chi tanto si adopera per lei. E’ il normale svolgersi dei ruoli. E’ civiltà, decenza, educazione.

Nessuno, non vuole vedere nessuno.

E invece deve farlo.

E l’insofferenza cresce.

E la maschera si indurisce.

E la menzogna si esercita in virtuosistica apparenza.

E la scatolina si sigilla perché nulla del suo contenuto possa essere intravisto.

La donna-scatolina

 

 

3) OTTOVOLANTE

 

 

“(Non è nulla: sono qui: ci sono sempre).”

Arthur Rimbaud, Vertigine 

 
Ha sempre detestato l’ottovolante. Salire e scendere e poi risalire e poi ridiscendere, velocissimamente, la fa stare male. Il cuore in gola non fa per lei: le aritmie cardiache ed emotive la disturbano, la logorano, la consumano. L’altezza l’ atterrisce di inettitudine, il precipitare la illude di volo. Colori filanti di micro scatti impressionano la retina e l’immaginazione.

La doccia scozzese, poi, è un supplizio: la pressione si abbassa, il sangue si ritira, il cervello svapora e i pensieri si liquefano e scivolano via col sudore, mentre brividi di calore la sfiniscono. La gelida pelle pallida, incendiata di chiazze paonazze, annuncia lo svenimento prossimo. Pulviscoli di luce danzano nel buio degli occhi aperti e ciechi.

Eppure, anche immota, continua a girare sull’ottovolante; anche inerte, sente ghiaccio e fuoco attizzare e spegnere nervi ed epidermide

Per questo, la vita la uccide.

La donna-scatolina

 

 

2) LETTERE DI VENTO

 

 

“Ciò di cui non si può parlare, deve essere taciuto”

Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus

 
Nella scatolina magica sono raccolte lettere di vento.

Impalpabili ma sferzanti, leggere ma capaci di dare brividi o inumidire gli occhi. Sono state vergate, lette, raccolte e sfogliate senza bisogno di aprirle o spedirle, perché sempre è stato più facile pensarle che scriverle, così come sempre è stato più semplice tacere che parlare. Almeno, per lei , la donna-scatolina – è così. Soprattutto ogni volta in cui non riesce – neppure con la penna o la tastiera – a trovare le parole giuste per farsi comprendere. Talora prova, in modo patetico e confusionario, a balbettare sottovoce che c’è qualcosa che la tormenta e che la fa stare male, qualcosa che non le piace, che teme, che subisce, di cui vorrebbe liberarsi, qualcosa che non sa affrontare. Pesi che trascina, ma che non vuole sentire, che cerca di soffocare col silenzio, ascoltando solo la voce altrui. Eppure ogni tanto anche la voce piccola del suo sé esce fuori, comprende però subito l’errore commesso e si spegne, arresa al caos esterno e alla propria insignificanza consapevole. Talora prova a razionalizzare e ad esporre con pacatezza la tempesta che la scuote. Tenta di far ordine nella scatolina, nel tentativo di conoscerne davvero il contenuto che, prima che agli altri, a lei stessa sfugge. Ma nella scatolina l’ordine non può essere fatto perché, una volta aperta, le lettere di vento volano via, lasciando negli occhi impronte di disordinato malessere.

Nella scatolina magica sono raccolte lettere di vento.

Anche quando – sfuggite imprudentemente – si spingono lontano, rimangono dentro: cerchi dell’anima che segnano gli anni.

La donna-scatolina

 

 

 1) SCATOLINA

 

 

«La scatola era un universo, una poesia, congelata ai confini della esperienza umana.»

William Gibson

 

Così è da sempre la sua vita:

Una scatola magica che conserva bottoni, nastri, lettere, foto, spilli, gingilli...

tracce e memorie, gioie e sofferenze, sogni e disillusioni, passaggi e partenze.

Un alternarsi inaccettabile di emozioni fragili e fortissime.

Dalla sofferenza più insopportabile all'illusione di felicità più intensa ed esaltante.

Dall'istante di intravista serenità al precipitare nel dolore senza speranza.

La magia della scatola? Anche se continui a riempirla, non è mai colma: questo l'incanto, questa la maledizione.

 

Flash di memoria:

una bambina, con la febbre alta, sente la corposità dei molari, l'umidore metallico della lingua, la volta asciutta e gommosa del palato.

Sente l'interno fisico di sé, grata per l'oblio restante.

Ascolta il proprio corpo mendicando il silenzio della mente.

 

Flash di giorni incomprensibili:

una donna riservata, risponde se interrogata, lavora - a casa e fuori - apparentemente attenta a sé e agli altri.

Sente suoni e brusii indistinti, ottusa in una confusione esterna/interna che la stordisce.

Ascolta il vuoto, vede il silenzio, tocca il buio.

 

Così sprofonda (chissà dove), fingendo:

la donna-scatolina che non s'apre mai, qui si socchiude e mostra il limite del suo sopportare che non c'è, il baratro dei pensieri che nasconde serrandosi, l'incubo dell'ineluttabilità che la uccide. Ma fuori l'ottone è lucido, lo smalto appena intaccato.


La donna-scatolina

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Aglaja

 

 

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