La scatola magica
di Aglaja
10) ALLA DERIVA
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Eugenio Montale, Le occasioni
La donna-scatolina
9) CUBISMO
Dipingere non è un’operazione estetica.
E’ una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione tra questo mondo estraneo ed ostile e noi.
Picasso
La donna-scatolina
8) VUOTO/PIENO
Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
S.Quasimodo, Curva minore
Vuoto.
Più piene sono le sue giornate, più ne avverte il vuoto. Il vortice del suo tempo concesso a chi non ne fa parte si arresta nell’attesa di chi corre contro il proprio tempo, perché lei ne faccia parte.
Pieno.
La mente è vuota. Poche immagini, rare parole rimbalzano nel pieno di vacui pensieri, senza valore, senza importanza. La ragione non vuole concedersi il doloroso piacere della memoria. Il cuore sì: è pieno di sguardi, di frasi non dette e sussurrate, di momenti che sono eternità.
Vuoto.
Dove è la porta che conduce alla fuga, dove il tunnel che precipita nell’inferno, dove la scala verso l’infinito, dove il nero buco che sconfigge il tempo?
Pieno.
Quando la conta sarà terminata, quando le braccia saranno colme, quando il giorno vincerà la notte, quando la notte avrà il calore del giorno?
Vuoto, pieno. Adesso, poi. Ragione, cuore. Dove, quando.
Il senso perduto si trova nell’assenza.
La donna-scatolina
7) IKARIA
..E caddi come corpo morto cade.
Dante, Inf. C.V
La donna-scatolina
6) IL GIUDIZIO UNIVERSALE
“Il Giudizio in genere è la facoltà di pensare il particolare come contenuto dell’universale”
Immanuel Kant, La Critica del Giudizio
Perché è già accaduto. E’ accaduto ad ogni sguardo che l’abbia anche solo sfiorata, a ogni impercettibile sussurro appena intuito ancor prima che intercettato, a ogni retropensiero immaginato e visto nella contrazione di una fronte, in un abbassarsi di palpebre, in un incrociarsi furtivo di occhiate, in un angolo di bocca beffardamente rialzato.
Il Giudizio è stato Unanime oltre che Universale: questa donna è invisibile. Meglio: inguardabile, inappetibile, inconcludente, inetta, inane, insignificante, inadeguata, INUTILE (manca imbecille, ma purtroppo si scrive con la M).
A volte pensa di essere malata. No, non solo delle mille malattie che da sempre la tormentano fisicamente. Malata psicologicamente. Malata al punto di pensare che debba essere sottoposta inevitabilmente a un crudele – e senza speranza di assoluzione – Giudizio Universale. Un Giudizio Universale che la condanni ad un Inferno di disapprovazione derisoria.
Ma il Giudizio Universale non accadrà.
Perché è già accaduto.
In ogni istante.
La donna-scatolina
5) PESANTEZZA
Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era,
e a te verrà, quando vorrai leggera
come vien l’acqua al cavo de la mano.
G.D’Annunzio, Consolazione
Tutto ciò che la riguarda è connotato da un’insostenibile pesantezza.
Pesante è la massa di carne che trascina, le braccia che, inerti, non riesce a sollevare, il capo che ciondola tetro sul collo fragile, le gambe bollenti che paiono fondersi con l’asfalto, i seni che inturgiditi dolgono, il ventre che si gonfia di indigerita amarezza.
Pesanti sono i pensieri che non le danno tregua, l’irresolutezza che la tormenta, il dolore che non viene metabolizzato, il desiderio che non trova sfogo, l’irritazione sofferente che deve essere camuffata.
Pesante, grave e greve, è il suono delle parole non dette, quelle inghiottite per non ferire e non essere ulteriormente ferita e ancor più appesantita da rimorso e accuse, quelle che teme di (u)dire davvero.
Pesanti i gesti da compiere, le parti da interpretare, i ruoli assegnati, i discorsi da fare, quelli da ascoltare, quelli da cui si lascia attraversare indifferente (?), fingendo una cerebrale ipoacusia, tentando un'invocata atarassia.
Pesante è l’anima che un tempo (quale? l’ha scordato, ma deve, perdio, *deve* esserci stato) fu leggera, e cerca la mano che sa attraversarla con una carezza – leggera – non data.
La donna-scatolina
4) NESSUNO
Eccovi un’anima
deserta
uno specchio impassibile
G.Ungaretti, Distacco
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
La chiamano, la sollecitano, con po’ di irritazione, con un’ombra insopportabile di compatimento, con l’ammiccante sottinteso alla depressione che sempre incombe, alla situazione che certo accusa, all’introversione che tutto spiega: offrono una visita di circostanza, un’uscita che distrae, un incontro che conforta.
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
Accampa scuse, prova a sviare, balbetta inconvenienti, promette ripensamenti. Ma poi soccombe, perché – ancora – non sa dire di no, non riesce a essere forte delle sue decisioni, non può imporre ciò che vuole ( o non vuole) lei a ciò che esigono gli altri.
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
Bisogna ricevere, occorre ospitare, è necessario uscire, è essenziale incontrarsi, vedersi, parlare, raccontare, sorridere, divertirsi, mangiare, bere. E’ per il suo bene, certo. E’ per riguardo nei confronti di chi tanto si adopera per lei. E’ il normale svolgersi dei ruoli. E’ civiltà, decenza, educazione.
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
E invece deve farlo.
E l’insofferenza cresce.
E la maschera si indurisce.
E la menzogna si esercita in virtuosistica apparenza.
E la scatolina si sigilla perché nulla del suo contenuto possa essere intravisto.
La donna-scatolina
3) OTTOVOLANTE
“(Non è nulla: sono qui: ci sono sempre).”
Arthur Rimbaud, Vertigine
La doccia scozzese, poi, è un supplizio: la pressione si abbassa, il sangue si ritira, il cervello svapora e i pensieri si liquefano e scivolano via col sudore, mentre brividi di calore la sfiniscono. La gelida pelle pallida, incendiata di chiazze paonazze, annuncia lo svenimento prossimo. Pulviscoli di luce danzano nel buio degli occhi aperti e ciechi.
Eppure, anche immota, continua a girare sull’ottovolante; anche inerte, sente ghiaccio e fuoco attizzare e spegnere nervi ed epidermide
Per questo, la vita la uccide.
La donna-scatolina
2) LETTERE DI VENTO
Impalpabili ma
sferzanti, leggere ma capaci di dare brividi o inumidire gli occhi. Sono
state vergate, lette, raccolte e sfogliate senza bisogno di aprirle o
spedirle, perché sempre è stato più facile pensarle che scriverle, così
come sempre è stato più semplice tacere che parlare. Almeno, per lei ,
la donna-scatolina – è così. Soprattutto ogni volta in cui non riesce –
neppure con la penna o la tastiera – a trovare le parole giuste per
farsi comprendere. Talora prova, in modo patetico e confusionario, a
balbettare sottovoce che c’è qualcosa che la tormenta e che la fa stare
male, qualcosa che non le piace, che teme, che subisce, di cui vorrebbe
liberarsi, qualcosa che non sa affrontare. Pesi che trascina, ma che non
vuole sentire, che cerca di soffocare col silenzio, ascoltando solo la
voce altrui. Eppure ogni tanto anche la voce piccola del suo sé esce
fuori, comprende però subito l’errore commesso e si spegne, arresa al
caos esterno e alla propria insignificanza consapevole. Talora prova a
razionalizzare e ad esporre con pacatezza la tempesta che la scuote.
Tenta di far ordine nella scatolina, nel tentativo di conoscerne davvero
il contenuto che, prima che agli altri, a lei stessa sfugge. Ma nella
scatolina l’ordine non può essere fatto perché, una volta aperta, le
lettere di vento volano via, lasciando negli occhi impronte di
disordinato malessere.
Anche quando – sfuggite imprudentemente – si spingono lontano, rimangono dentro: cerchi dell’anima che segnano gli anni.
La donna-scatolina
1) SCATOLINA

«La scatola era un universo, una poesia, congelata ai confini della esperienza umana.»
William Gibson
Una scatola magica che conserva bottoni, nastri, lettere, foto, spilli, gingilli...
tracce e memorie, gioie e sofferenze, sogni e disillusioni, passaggi e partenze.
Un alternarsi inaccettabile di emozioni fragili e fortissime.
Dalla sofferenza più insopportabile all'illusione di felicità più intensa ed esaltante.
Dall'istante di intravista serenità al precipitare nel dolore senza speranza.
La magia della scatola? Anche se continui a riempirla, non è mai colma: questo l'incanto, questa la maledizione.
Flash di memoria:
una bambina, con la febbre alta, sente la corposità dei molari, l'umidore metallico della lingua, la volta asciutta e gommosa del palato.
Sente l'interno fisico di sé, grata per l'oblio restante.
Ascolta il proprio corpo mendicando il silenzio della mente.
Flash di giorni incomprensibili:
una donna riservata, risponde se interrogata, lavora - a casa e fuori - apparentemente attenta a sé e agli altri.
Sente suoni e brusii indistinti, ottusa in una confusione esterna/interna che la stordisce.
Ascolta il vuoto, vede il silenzio, tocca il buio.
Così sprofonda (chissà dove), fingendo:
la donna-scatolina che non s'apre mai, qui si socchiude e mostra il limite del suo sopportare che non c'è, il baratro dei pensieri che nasconde serrandosi, l'incubo dell'ineluttabilità che la uccide. Ma fuori l'ottone è lucido, lo smalto appena intaccato.
La donna-scatolina
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Aglaja