Tabacchi e tabacchini

 

 

 

             

di Aglaja

Nessuno fumava, in famiglia, però le visite al negozio della tabacchina erano frequenti e la bambina si era sempre chiesta perché. Perché la nonna conversasse così sottovoce con la signorina Gemma. Perché spesso le venissero offerte gommose caramelline al mentolo, ricoperte di una fitta granella di zucchero, che neppure le piacevano. Perché fosse invitata ad andarle a succhiare sulla soglia del negozio, anche se dentro non entravano che rari clienti. Perché la nonna avesse sempre quello sguardo sarcastico e duro, presagio di malumori di cui la bambina finiva per essere il capro espiatorio, quando – finiti i conciliaboli – si tornava a casa.

Ogni “perché” rimaneva insoddisfatto, allorquando la bambina osava rivolgerli alla nonna. Certamente preferiva il silenzio seccato alle bugie. Detestava essere presa in giro: avendone contezza ne rimaneva offesa. Le storie come quelle che il nonno farfugliava (“Sono amiche da anni”, “Non c’è nessun mistero”, “Le piacciono le caramelle”, “C’è bisogno di nuovi mazzi di carte” e via inventando) venivano ascoltate con compassionevole impazienza, certa com’era che dietro vi fosse qualche terribile segreto che il nonno le celava per proteggerla. 

 

A volte, invece di imporle la degustazione di quei piccoli coni di gusto alpino, che si incastravano inesorabilmente tra i dentini, alla bambina si permetteva di scegliere dall’espositore delle pastiglie per fumatori. Ma era una falsa alternativa: in realtà menta e mentolo – che non lenivano, ma irritavano - non lasciavano spazio ad altri gusti e l’alito fresco si pagava con stizziti colpetti di tosse. Se le veniva concesso di soffermarsi presso il banco a contemplare ciò che non era una tentazione, o se la sua presenza sfuggiva per un attimo al controllo delle due bisbiglianti signore, la bambina osservava l’accurata disposizione della merce, collocata in un assetto le cui regole sfuggivano tuttavia al suo gusto estetico. Perché, ad esempio, non ordinare i pacchetti di sigarette in una tavolozza cromatica? Sarebbe bastato seguire le innumerevoli sfumature di colore che offrivano: dall’oro caldo all’algido argento, dal bianco elegante al passionale rosso, dall’arancio screziato al prezioso turchese. O disporli, invece, come in una quadreria, la parte frontale in bella mostra, con gitane danzanti e caravelle in partenza, cammelli nel deserto e stemmi imperiali, elmi alati e globi terracquei. Oppure seguendo le dimensioni dei pacchetti e la loro consistenza: pacchetti smilzi e alti intervallati da altri panciuti e schiacciati, confezioni in cartoncino - più duro o più morbido – alternate alle raffinate scatolette di latta con disegni in rilevo o serigrafati.

Sul banco, poi, un’altra misteriosa delizia si mostrava agli occhi della bambina: le confezioni in metallo (argentato, dorato o brunito) del “tabacco da fiuto”. La passione per le scatoline attirava le piccole mani verso quel tesoro proibito, reso ancora più attraente dall’aver visto sia il nonno che la nonna spizzicare quella poltiglia secca, portarla con gesto fine e noncurante alle nari, per poi esplodere in robusti starnuti. Cosa causava quei boati? Cosa conteneva quella mistura? Ma, soprattutto, perché sembrava così piacevole e risolutivo provocarsi quella deflagrante reazione?  Altri tesori, poi, sfilavano istantanei sotto gli occhi della bambina: album dalle sobrie copertine che raccoglievano francobolli, i francobolli stessi, piccoli capolavori che ne mostravano altri (imparò a conoscere le figure michelangiolesche della Sistina sui quei minuscoli rettangoli dentellati), buste di ogni dimensione e colore, le prime biro che avrebbero ben presto sostituito le penne a cartucce con cui aveva imparato a scrivere. E le cartoline! Come veniva trasfigurata la sua insignificante cittadina in quelle immagini! Com’era più azzurro e sereno il cielo, più vicino ed invitante il mare, più vivaci le facciate dei palazzi, più rare le macchine, più sorridenti gli abitanti. Persino le tre palme striminzite e sofferenti di quell’arida oasi che avrebbe dovuto abbellire la piazza su cui si affacciava casa sua, sembravano svettare rigogliose in un prato smeraldino. Mah..

 

Tuttavia la vera attrattiva di quelle visite era proprio la curiosità sollecitata nella bambina dall’atteggiamento degli adulti nei suoi confronti.

 

Tre erano le persone che potevano trovarsi nel negozio: la signorina Gemma (l’unica di cui veniva pronunciato il nome: gli altri due rimasero per sempre anonimi alla piccola), suo fratello e la moglie di quest’ultimo.  

La signorina Gemma era una donna robusta, i capelli di un grigio ferrigno, il viso severo e l’espressione malevola. Difficilmente sorrideva e, se lo faceva, la sua era più una smorfia sarcastica che un sorriso. Quando si appartava all’angolo estremo del bancone per discutere con la nonna, gli occhi già piccoli si infessuravano e spesso lo sguardo si posava sulla bambina, come per controllare che non udisse, oppure, come la bimba in seguito comprese, perché udisse *proprio* determinate parole che stava riferendo alla nonna.   

Alla bambina capitava frequentemente di incontrare la signorina Gemma o di passare davanti al suo negozio per andare a scuola. Se era con il nonno, come d’abitudine, la signorina rispondeva, sia pure freddamente, anche al suo buongiorno. Se era da sola, o il nonno era entrato per una commissione in qualche bottega vicina, ecco che al suo saluto la tabacchina rendeva lo sguardo vitreo e opponeva un fracassoso silenzio, che convinceva la bambina della propria invisibilità.

La cognata aveva, contrariamente alla sorella del marito, un timido sorriso sempre impresso sulle labbra, che mostrava un inquietante vuoto al posto di un incisivo, vuoto su cui l’attenzione della bambina era perennemente (e maleducatamente) calamitata. Quando, dopo qualche tempo, la mancanza venne finalmente colmata da una protesi d’oro scintillante, lo sbalorditivo cambiamento costrinse la bambina a imporsi di volgere gli occhi altrove, cosicché, in presenza della donna, si abituò a osservare con preoccupata fissità la punta delle scarpe.

L’anonima cognata (anonima nelle generalità, ma anche - incisivo mancante a parte - nei connotati: pareva che sulla carnagione e sulla disordinata chioma sale e pepe fosse passato un piumino di cipria grigia, una polvere sottile che ne avesse opacizzato anche lo sguardo e l’espressione) era succube della signorina Gemma. Evitava di interloquire con l’imponente parente, tanto meno con i clienti, che serviva tenendo gli occhi bassi, opponendo l’imbarazzato e mite sorriso ai bruschi modi della cognata, che spesso la rimproverava sgarbatamente. Non iniziava mai una conversazione, rispondeva solo se interrogata, ed era in evidente stato di soggezione anche nei confronti della nonna della bambina, da cui era considerata poco più che un elemento di arredamento della tabaccheria.    

Suo marito veniva più raramente in negozio, preferendo lasciare la responsabilità della gestione alla sorella e la fatica del servizio alla moglie. Snello e slanciato quanto la sorella era massiccia e tarchiata, portava i capelli di un grigio chiaro (forse era stato biondo, da ragazzo) tagliati a spazzola, cosa che gli conferiva un alcunché di militaresco. Indossava, anche d’estate, severi gilet chiusi da una miriade di minuscoli bottoni e impreziositi da taschini, da cui spuntavano lembi di fazzoletto, sigari e catene d’orologio.

Lo si trovava di rado dietro il bancone. Più facile vederlo, silente sentinella, sull’uscio del negozio, mentre aspirava con lentezza il fumo di certi eleganti e aromatici cigarilli. Dei suoi silenzi la bambina notava l’alterigia, del suo sguardo lo sfuggire, del suo isolarsi il disprezzo.  La nonna ripeteva di frequente che del prossimo la piccola rilevava prima i difetti che i pregi, ma la sua osservazione non era di rimprovero, bensì di soddisfazione: la nipotina aveva imparato bene la lezione impartitale. In quest’uomo la bimba avvertiva una malvagità noncurante, forse un odio appena velato dall’educazione: istintivamente lo temeva e lo evitava, spostandosi sul marciapiedi a giocare o soffermandosi dall’espositore delle cartoline.

Talora, voltandosi improvvisamente, attraversata da un brivido inconsapevole, sorprendeva gli occhi chiari del tabaccaio trafiggerla, fessure gelide come quelli della sorella. Ma era un istante: subito erano volti altrove, come a sfuggire la repulsione per qualcosa di putrido.

 

Capitava che la bambina, dalle orecchie sempre tese, cogliesse alcune parole delle conversazioni che trascorrevano misteriose tra la nonna e la signorina Gemma.

Comprese così che l’oggetto di quelle chiacchiere, che tanto gettavano di malumore la nonna, era suo padre. "..ho saputo poi che..", "..che vergogna per sua figlia..", "..avete fatto bene a..", "..bastava guardarlo..", “..senza dignità..”, "..quanto gli avete dovuto dare?..", “..e sosteneva di essere dei baroni di..”, “..quel mentecatto..”, “..come tutti quelli di chillo paese..”, “..sarebbe stato meglio se..”, “..almeno se ne fosse accorta prima di..” e qui gli sguardi si volgevano verso la bambina e le voci si abbassavano ulteriormente.

La bambina si imporporava e capiva e fingeva perciò di non capire, attendendo di poter tornare a casa, di mettersi di nuovo a leggere, di partire verso il mondo parallelo che l’attendeva caldo e confortante.

 

Una volta, mentre attendeva il nonno che era entrato dall’elettricista proprio accanto al tabacchino, si era fermata a osservare le grandi vetrine che mostravano fili, congegni, attrezzature, interruttori, walkie-talkie (il suo grande sogno!). Stava ammirando quel cervellotico disordine impolverato, quando l’orribile sensazione di essere osservata la fece voltare di scatto. Il fratello della signorina Gemma era lì. Fumava, naturalmente. Stavolta la guardava apertamente, senza sfuggire al suo sguardo. Rossa in viso, la bambina, non sapendo come comportarsi, lo salutò. Egli si abbassò con studiata lentezza, portò il suo viso all’altezza di quello della bimba, le sbuffò il fumo negli occhi scuri, sui ricci neri. Poi, rialzandosi, pronunciò con un mezzo sorriso un’unica parola, ma ben scandita: “Terrona”.

 

La risposta a tutti i suoi “perché”.

 

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