Trompe l'oeil

di Aglaja
Un tempo era un villino di qualche
pretesa.
Tre piani di intonaco rosa, mansarda,
verdi persiane, un giardino con alberi da frutto, gazebo e panche in
ferro battuto, che si affacciava nel budello principale dell’amena
località balneare. Sopra la porta d’ingresso c’era una
grande finestra rotonda, con una grata da cui spuntava un geranio
screziato, bellissimo e profumato, che scendeva a grappolo a sfiorare
l’entrata.
Era stata l’abitazione e lo studio del medico condotto del paese, ambito scapolo che lì aveva sempre vissuto con la sua mamma, fin quando un cumenda milanese lo aveva travolto, in un’afosa sera di luglio, con il Ferrarino da rimorchio.
L’anziana donna era così
rimasta sola e inebetita, inutile a sé e agli altri. I figli
delle sorelle si erano ben presto dimenticati di quella vecchia un
po’ svanita, che, come spesso succede, aveva trovato una ragione di
vita nel raccogliere in casa e nel giardino gatti randagi e
malaticci, di cui si prendeva materna cura.
La trovarono un pomeriggio di luglio
(poco tempo dopo l’anniversario della scomparsa del figlio),
diversi giorni dopo la sua morte, vegliata da una trentina di gatti
silenziosi, insensibili al tanfo che riempiva le stanze, in cui da
tempo non filtrava più luce.
A lungo il villino era stato lasciato
andare in un abbandono litigioso da eredi incuranti di memorie avite
e avidi di contanti memorabili.
Il giardino era stato invaso dai rovi, le persiane verdi si erano scardinate e dell’intonaco rosa erano rimaste tracce imbarazzanti, come quelle di un improbabile fard sulla carnagione livida di una vecchia.
Solo il geranio screziato aveva
resistito, incrollabile baluardo, al passare del tempo e
incredibilmente rifioriva ogni anno, testardo padrone di casa.
Poi le questioni testamentarie si erano
risolte e l’edificio – con buona pace dei ricordi e delle ombre
di chi vi aveva vissuto - era stato venduto per essere trasformato
in un piccolo hotel, uno dei tanti che si affollavano di foresti
nelle calde estate rivierasche.
I lavori di ristrutturazione
procedevano spediti: all’interno nulla fu lasciato uguale e i
saloni e i salotti, e lo studio e la sala d’attesa, e le camere e
la biblioteca divennero stanzette tutte uguali, dotate di ogni
confort (tv, telefono, aria condizionata, bagno con jacuzzi).
Il giardino venne risistemato da un giardiniere di grido, che sostituì gli alberi da frutto con altri più decorativi ed esotici.
I gatti erano scomparsi all’apparire
delle ruspe e di tutta quella folla rumorosa di architetti, muratori,
operai, giardinieri, e anche il geranio screziato si era avvizzito,
vinto dai calcinacci prima e da mani ruvide poi, che lo avevano
gettato via.
Ci volle un anno e mezzo per terminare i lavori, ma alla fine il risultato fu eccellente: un gioiellino di albergo, nel cuore del paese, ben rifinito, di nuovo splendente di un rinnovato intonaco rosa.
Un’insegna ne annunciava il nome: “Il Geranio Screziato”. Chi aveva rifatto la facciata, si era infatti divertito a disegnare un trompe l’oeil che riproduceva, sopra l’ingresso, l’antica finestra tonda (ora eliminata) con la grata da cui trionfava il colore e l’abbondante fioritura del geranio di un tempo.
§§§
Trascorreva da sempre le ferie in quella cittadina.
Ogni estate, da quando i suoi figli
erano piccolissimi, venivano parcheggiati, con sua disperazione, per
tre mesi nella casa della suocera, dove un’orda parentale la
travolgeva con implacabile cordialità.
Ora però i figli erano diventati
grandi, i parenti si erano ridotti di numero (pace all’anima loro),
suo marito continuava a parcheggiarla per tre mesi, ma lei ormai
gliene era grata.
Aveva tempo, adesso, tanto tempo.
Finita l’epoca in cui badava all’ora del bagno, alla merenda, ai
compiti delle vacanze, alla cena per troppe persone, ai pettegolezzi
del dopo cena subiti in silenzio, aveva ora il dono prezioso di ore
che poteva trascorrere con se stessa, attenta solo al fruscio di
pensieri che le parevano polverosi come la sua pelle e i suoi
capelli.
Stava ore a guardare il mare. Non più
nello stabilimento dove per anni aveva portato con le cognate figli
e nipoti, ma dalla scogliera un po’ fuori paese, dove trovava solo
qualche coppietta infrattata che la guardava con lo stupore divertito
dell’incomprensione.
Le pareva che il mare avesse capito
tutto e potesse restituirle qualche illusione, qualche ricordo, un
po’ di bellezza, i giorni sprecati nell’annullarsi.
Si dimenticava persino di mangiare, lei
che ne aveva sempre preparato, e in abbondanza, per tutti.
Si era fatta più magra, più
sbiadita, nonostante il sole da cui si lasciava bruciare senza
particolare riguardi, sempre più trasparente, tanto che
nessuno pareva ricordarsi di lei, né il marito, che ormai
neppure nei fine settimana la raggiungeva, né i figli, che
trascorrevano le vacanze in località più alla moda con
le loro compagnie rumorose, né le cognate che avevano oramai
più acciacchi di lei a cui pensare.
Nel tardo pomeriggio imboccava il
budello del paese, in mezzo alla gioventù caciarona che lo
riempiva di colori vivaci, pelle abbronzata e odore di creme solari,
e faceva una piccola spesa per la cena, guardandosi intorno, ancora
curiosa di cose e persone.
Aveva seguito la storia del villino con
commossa partecipazione per le vicende dei suoi ex proprietari,
avvilita nel vederne il degrado, sconfortata nell’assisterne ai
cambiamenti, perplessa nel constatarne il nuovo aspetto. In particolare, si era indignata per la
sorte dei gatti, cui nessuno si era interessato, e per la fine
ingloriosa del geranio screziato, per quanto resuscitato virtualmente
dal trompe l’oeil.
Vi passava davanti ogni sera, e ogni
sera alzava lo sguardo verso quel piccolo affresco, come a cercare
una presenza amica che non c’era più.
Una sera, però, poco prima di giungere all’altezza del villino, fu colpita da un intenso profumo.
Si disse che era normale: a quella
straordinaria fioritura screziata non poteva che corrispondere un
profumo così penetrante.
Solo dopo qualche istante si rese conto
dell’assurdità della cosa: come poteva un geranio dipinto
emanare alcunché? Era sicuramente l’impressione di un
ricordo, forse di una sera come questa, quando il profumo del geranio
era intenso come quello della sua pelle.
Sorrise di se stessa e della propria memoria olfattiva.
Qualche giorno dopo, alzando gli occhi
verso il trompe d’oeil, notò una macchia nera piuttosto
grossa. Guardando meglio, la macchia le parve simile al musino di un
gatto. Osservando con più attenzione, si convinse che dalla
griglia dipinta spuntava proprio un micino che si sporgeva temerario
oltre i fiori del geranio.
La donna si infilò nella bottega
del salumaio di fronte, acquistò il solito etto di stracchino
e il mezzo di prosciutto cotto. Prese anche un cartone di latte a
lunga conservazione e un pacchetto di cracker. Cercava di indugiare
il più possibile nel negozietto, sostenendo persino, cosa
inconsueta per lei, una stupida conversazione sui giovani che non
erano più come quelli di un tempo e sui vestiti delle ragazze
che non lasciavano più nulla all’immaginazione. Tutto pur di
frapporre tempo tra l’uscita dalla bottega e l’inevitabile
ritorno dello sguardo al trompe l’oeil.
Scostate le unte strisce di plastica
colorata, tornò in strada e alzò gli occhi. Il gatto
non c’era più. Ma alcuni petali screziati giacevano davanti
all’entrata dell’hotel.
Per qualche sera evitò di passare all’interno del paese, preferendo il lungomare e una spesa più consistente al supermercato affollato.
Poi non resistette e decise di ripercorrere l’usata via.
Il profumo era sempre quello. Dalla grata non spuntava nessun musino, in compenso la finestra tonda appariva illuminata.
Affrettò il passo verso casa.
Il giorno seguente trascorse ore a
nuotare, con un’energia che non si riconosceva, che la spingeva
pericolosamente al largo, incurante delle onde alte e del richiamo di
qualche ragazzo un po’preoccupato. Tornata a riva, si lasciò
asciugare da un pallido sole, che ben presto fu coperto da grosse
nuvole nere che preannunciavano un bel temporale estivo.
Mentre si rivestiva, cominciarono a
scendere i primi goccioloni. Aveva freddo, nel suo vestito leggero,
ma indugiò nel suo cammino, che ancora una volta la riportò
davanti al villino.
Il vento che si era levato scompigliava
i fiori del geranio e petali screziati volteggiavano nell’aria,
volando fino a lei. Il gattino la osservava curioso, stupito di
quella signora che rimaneva a bagnarsi con lo sguardo rivolto verso
di lui. Una mano bianca, fine, stropicciata dagli anni, lo
accarezzava leggera tra le orecchie, come per tranquillizzarlo, come
per consolarsi.
Intanto, la donna, per strada, rimaneva a bagnarsi, senza farsi domande.