Le vacanze

 

 

 

della bambina

 

 

 

 

di Aglaja

 

La bambina ha uno sguardo rassegnato.

E' tempo di vacanze. E' tempo di follia.

Già normalmente casa sua è abitata non da persone ma da cartoni animati che cambiano continuamente i tratti grotteschi dei volti: le bocche si aprono spesso a dismisura e un sonoro troppo alto distorce le voci in grida senza senso; gli occhi si dilatano spaventosamente o si stringono minacciosi; le fronti si aggrottano e mille rughe segnano i lineamenti in smorfie dolorose. Raramente le labbra si distendono in un sorriso, raramente le mani che gesticolano nervose si protendono carezzevoli, raramente le parole rancorose diventano favole che aiutano a dormire, a sognare. Quando succede è una festa. Quando succede, di solito, è perchè la bambina sta male.

Ora è estate. Bisogna mettersi in viaggio.

Nessuno ne ha voglia. Ma si deve andare in vacanza, tutte le famiglie lo fanno. Se si finge di esserlo occorre partire. Sono tutti nervosi, esasperati, tesi, scontenti. La meta è sempre la stessa: una pensione familiare con pretese da hotel, in una località termale per pensionati con pretese mondane.

Vanno da anni lì: ormai li conoscono, non fanno tante domande, le conversazioni sono rassicuranti, il cibo è genuino e senza tante storie.

Le giornate sono sempre uguali: lunga passeggiata fino alle terme, sorsate amare alle fonti con i boccali di vetro spesso (anche la bambina ne ha uno, piccino e fragile, con un pinocchietto bugiardo come lei, che è sempre altrove), la mezz'ora di libertà (della bambina - lasciata ad ascoltare l'orchestra dello stabilimento termale che si esibisce nel repertorio delle operette – e degli sfinteri degli adulti), abbondante colazione (lotta con la nonna per avere l'ultima brioche: vince sempre la nonna), passeggiata davanti alle vetrine (acquisti quotidiani di cianfrusaglie costosissime ed inutili), aperitivo, pranzo, eterno riposino pomeridiano (riempito di giornalini e librini consumati), passeggiata fino al parco (“non correre, non sudare, non sporcarti, non parlare con chi non conosci, non raccontare niente di te, stai vicina a noi, stai seduta sulla panchina, stai ferma”), seconda missione giornaliera nei negozi, secondo aperitivo, quotidiana fuga davanti ai fotografi del corso (solo una foto a stagione: i visi invecchiano, la bimba cresce, l'infelicità è stazionaria), cena, dopocena sotto il pergolato dell'albergo, chiacchiere poco impegnative con gli altri anziani ospiti (argomento principe: la guerra), e poi a nanna, in attesa di ripetere l'indomani gli stessi gesti, le identiche parole.

“Si parta, dunque, ma ci si sbrighi”, pensa la bambina, che finge di essere un portaombrelli, un cane di ceramica, la cuccia del cane vero che, come lei, si mette in un angolo ed insieme osservano e ascoltano gli umani adulti che recitano l'usato copione.

"Hai preso tutto? Prendi la valigia grande! Il gas! Hai chiuso il gas? Le chiavi! Hai preso le chiavi? Anche quelle di riserva? Porco mondo! Rispondi quando ti parlo! Non fare quella faccia! Mi prendi per stupida? Credi che sia scemo? Chiudi le tapparelle! Hai tirato giù le tapparelle? Le porte delle camere! Hai chiuso tutte le porte? Hai preso gli ori? Hai nascosto gli argenti? Dove hai nascosto gli argenti? Dimmelo, maledizione, che ti dimentichi tutto! (alla bambina: Possibile che sei dappertutto? Possibile che non ti si trovi mai? Possibile che devi sempre fare pipì? Possibile che ti devi portare tutti quei librini? Possibile che mangi sempre?) Allora! Siamo pronti? Il taxi è arrivato? Quando arriva il taxi? Non avrai dimenticato di prenotare il taxi! Lo sai che non posso salire sul treno! Lo sai che il pullman mi fa patire! Ti dico che il taxi sono giorni che l'ho prenotato! E allora dove diavolo è il taxi? Perchè non arriva il taxi? OOOOOOOOOH! Ecco il taxi!”

A volte va peggio. Come l'altr'anno, quando c'era stata una di quelle spaventose litigate in cui venivano pronunciate parole incomprensibili, sibilati nomi sconosciuti, rinfacciati episodi e frasi che avevano l'effetto di scatenare gesti larghi e drammatici (rivede ancora suo nonno, in ginocchio, battere i pugni sul divano piangendo), grida (“sì, vi odio, come voi odiate me”) e lacrime. Lei era eccitata ed atterrita ad un tempo, curiosa di sapere di più, di capire il motivo di tanto rancore, di tanta sofferenza, e però sconvolta dalla violenza di quei sentimenti dilanianti, di quegli adulti che sembravano vivere di quell'odio che, spesso represso, ogni tanto esplodeva incontenibile.

L'altr'anno sembrava dovesse saltare la partenza. Poi qualcuno si era accorto che la bambina tremava e piangeva con lunghi singhiozzi che la scuotevano, così erano partiti lo stesso, “per lei, così non ci pensa”.

“Dunque partiamo” , si tranquillizza la bambina. L'autista del taxi li conosce: è sempre lui che li accompagna e poi li va a riprendere.

“Buongiorno, mi aiuta a prendere le valige, per cortesia? Ecco quella di lato, questa va sopra, non schiacci questa che è delicata. Dai su entate, cosa aspettate? (la bambina: “Posso stare davanti?”) Tu stai dietro. Va davanti la nonna (la bambina “Non potrei per una volta stare davanti?”) NO! Mettiti dietro e dormi.”

Si esce piuttosto in fretta dalla città e si imbocca l'autostrada.

Alla bambina piace l'autostrada, piace guardare oltre i guardrail e sognare, ma..

“La bambina ha preso la pillola contro il mal d'auto? Lo chiedi a me? Dovevi occupartene tu! Devo pensare a tutto sempre io? Toccava a te dargliela? A me? A te! Io? Tu! No, tu! No, tu!”

La bambina intanto ha già vomitato nel collo dell'autista e ora respira nel fazzoletto imbibito di acqua di colonia della nonna.

“Beh? Va meglio? Lo sai che devi avvertire quando ti senti male! E' già il secondo anno che sporchi la macchina e il signor Carlo. Chiedi scusa. Come mai non parli? Stai ancora male? Carlo accosti, per favore. Ecco fatto, ripartiamo pure. Adesso però non metterti a canticchiare come al solito. Dormi un po', che ti fa bene!”.

Al che la bambina si rattrappisce nell'angolo estremo della vettura e finge di dormire. In realtà, anche se un po' intorpidita, guarda attentamente le strade e i campi, le case e la gente, gli animali e gli alberi e tutto quello che attraversa veloce il suo sguardo e si sedimenta per sempre nella sua mente. Gioca a tenere a mente immagini e scene intraviste: un ragazzo che gioca con un cane, un cartellone pubblicitario con una gialla pastasciutta fumante, cavalli fermi sui prati, cipressi scossi dal vento, un automobilista appiedato, bimbi che, come lei, sul ciglio della strada mostrano il loro malessere.

La bambina immagina di scappare dalla lunga macchina scura e di arrampicarsi su quei monti verdi che corrono ai lati dell'autostrada. Sa, con incrollabile certezza, che lassù sarebbe felice, lontana dalle urla, dalle lacrime, dalle vecchie signore che incontrerà all'albergo e che, di nascosto dai suoi, le faranno quelle domande proibite a cui le è stato detto di non rispondere mai, o di mentire.

Così la bambina, simula il sonno che la porta via e sogna foreste vergini, ruscelli freschissimi, una casa sull'albero, un cane-scimmia che parli con lei, mentre il taxi, inesorabile, la sta portando verso quella vacanza, che vacanza non è.


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