Il clown neghittoso

 

 

 

 

di Aglaja

 

 

Dicevano che il suo era un dono.

Aggrottava in un certo modo le sopracciglia (soffriva spesso di emicranie), lanciava uno sguardo dal sotto in su (aveva una leggera miopia), storceva un poco le labbra (magari per esprimere disappunto) e.. ah ah! Tutti a ridere. “Un clown nato, ma come fa? E’ troppo divertente!”

Fin da piccolo era sempre stato fonte di ilarità per tutti, anche quando non aveva nessuna voglia di far ridere.

Ora, fosse stato figlio, che so, di un ragioniere e di una casalinga, di un imbianchino e di una segretaria, forse avrebbe anche potuto prendere la cosa di buon grado, come un attestato di simpatia. Ma Callisto (sì, Callisto, non Mario o Giovanni: Callisto, come il nonno paterno, che quando si presentava giù tutti a ridere, ah ah!) era figlio di Franz Domatore e Katina Trapezista (Franco Piede e Caterina Picchi, ma al Circo Fanfara i cognomi venivano sempre sostituiti dall’arte esercitata). Callisto Piede (ah ah!) amava l’arte della madre, più che quella del padre. Da piccolo stava ore col naso in su ad osservare la bruna Katina volteggiare con grazia sul trapezio. Era sicuro che sarebbe volata via, uno di quei giorni, tanto era lieve ed eterea, e immaginava se stesso librarsi con lei. Si sentiva altrettanto leggero, agile ed elegante, come quella bella mamma nel suo costumino bianco tutto luccicante di lustrini, col mantello dorato ampio e avvolgente, di cui si liberava con un gesto gentile ed altero a un tempo, prima di iniziare il numero. Callisto pensava che la madre fosse un angelo. Peccato avesse sposato il diavolo in persona. .Franz era un domatore di tigri e riteneva di dover domare il mondo intero. Come alzava la frusta sulle belve, così alzava la voce e le mani sui familiari.

Un giorno, come Callisto aveva previsto, la bella Katina prese davvero il volo, ma non verso le stelle trapunte sul tendone del circo, bensì col muscoloso partner del numero al trapezio. Ora Franz non alzava più né la voce né le mani: preferiva alzare il gomito e, una sera che lo aveva alzato un po’ troppo, non riuscì invece ad alzare la frusta al momento giusto e..

Callisto si ritrovò così da solo, adottato da tutta la gente del circo, che lo amava per quel suo faccino così buffo. La donna cannone, in particolare, lo amava di un amore materno e, stringendolo al suo enorme petto gli diceva sempre: “Callisto, solo il vederti mi mette di buon umore!”. Eppure Callisto si sentiva di indole malinconica e pensava di aver già sofferto abbastanza per avere così pochi anni.

Una sera, si trovò ad assistere allo spettacolo al bordo della pista. Era ormai un ragazzino e non gli bastavano più i lavoretti che svolgeva come tuttofare (“Callisto, striglia i cavalli!” “Callisto? Hai rinfrescato il mio costume?” “Callisto, porta da mangiare agli elefanti” “Presto, Callisto: pulisci la pista!”) Le luci splendevano, la musica era allegra e forte, i clown saltavano e facevano smorfie e capriole, ma Callisto si sentiva il cuore scoppiare e più intensamente avvertiva il peso della sua solitudine, l’ansia per il suo futuro. Al numero del trapezio non resistette più e scoppiò in irrefrenabili singhiozzi. Alcuni spettatori che si trovavano vicino a lui si diedero di gomito ed esclamarono: “Ehi, è rimasto un pagliaccio in pista: guardate che buffo, che smorfie che fa! Ah ah!” Al sentire queste parole, Callisto si disperò ancora di più, ebbe una crisi di nervi, cominciò a sfasciare tutto quello che gli capitava davanti. Ma più dava in escandescenze, più il pubblico rideva, trascinato in un’irrefrenabile ilarità. I trapezisti, disturbati dal fragore delle risate, interruppero il numero. L’orchestrina cominciò a suonare una marcetta ridicola e ogni calcio dato da Callisto a qualcosa veniva sottolineato da un colpo di grancassa. L’occhio di bue inseguiva per la pista quel buffo ragazzino dai movimenti disarticolati, con un viso di gomma dalla mimica esilarante. Entrarono in scena tutti i clown che circondarono Callisto, trascinandolo nelle loro gag insensate, cacciandogli un minuscolo cappellino in testa e inondandolo di acqua e farina. Un successone! Gli spalti venivano giù dagli applausi e dalle risate: era nata una stella. Callisto fu giuoco forza arruolato tra i pagliacci e andò incontro al suo destino passivamente.

Oggi il suo numero è quello del clown serio: vagola in pista osservando le spinte e le cadute degli altri, lascia che ciò che pensa gli affiori sul viso e.. ah ah! Scatta la risata irrefrenabile degli spettatori. Poi finge di adirarsi, di voler punire gli stolti buffoni, ma viene travolto nelle loro risse comiche ed esagerate. E’ ormai il numero di punta del Circo Fanfara: non c’è giocoliere che tenga, neppure l’elefante che balla il tip tap ha lo stesso successo. E’ una magia, un che di misterioso che rende Callisto inimitabile. Da anni ormai va avanti così, senza cambiare una virgola al proprio copione, senza desiderio alcuno di rinnovarsi, di reinventarsi.

Così, Callisto si lascia negligentemente sopraffare dalla vita, svogliato, accidioso, indolente, incapace di riprendere in mano il filo di una volontà perduta, schiacciata dalle risate altrui.

Talora, fradicio per le secchiate d’acqua ricevute, si siede ancora al bordo della pista e guarda su, verso il trapezio. L’osserva oscillare. E vede se stesso lanciarsi leggero, volteggiando in un silenzio sospeso e infinito. Si immagina spiccare un ultimo volo, il più ardito, quello che porta più in alto. E allora sì.. ah ah! 


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