Prove generali

di Aglaja
La cosa più semplice le sembrò
cominciare con se stessa.
Si mise di fronte al grande specchio del bagno.
Si guardò con aria critica e rassegnata ad un tempo. Si fissò negli occhi a lungo. Alzò un sopracciglio. Poi non resistette ed iniziò a fare smorfie, boccacce: incrociava le iridi, tirava fuori la lingua, con le dita si schiacciava il naso e tirava le labbra deformandole in un ghigno grottesco. Quindi gettò la testa in avanti, scompigliandosi i capelli lunghi e già arruffati di natura. Tiratasi su si osservò ancora. Si alzò la maglia, tirò giù la gonna. Si spogliò completamente, gettando gli indumenti sul pavimento.
Considerò con sarcasmo il suo corpo e, incrociando di nuovo il suo stesso sguardo nello specchio, finalmente rise, rise di cuore, sgangheratamente, rumorosamente.
“Sei ridicola”, disse ad alta voce,
con soddisfazione.
Il giorno dopo proseguì il
lavoro.
Andò al parco. Era ormai primavera inoltrata, le giornate si stavano allungando, il cielo era sereno e faceva già molto caldo. Si sedette su una panchina, togliendosi la giacca leggera e lasciando che il sole cominciasse a colorirle la pelle. Una sensazione piacevole. Un tempo l’avrebbe goduta maggiormente, ma adesso il ronzio continuo dei pensieri l’infastidiva, così come l’infastidiva la consapevolezza che si era recata al parco con uno scopo ben preciso. Tirò fuori dalla borsa un sacchetto con dei pezzettini di pane secco e, alzatasi di scatto dalla panchina, si diresse al laghetto dei cigni e delle oche. Le era sempre piaciuto tirare i bocconcini nell’acqua ed osservare quei lunghi colli protendersi rapidi a gara per divorarli. Ma oggi aveva un compito speciale da eseguire.
Come sempre, dopo pochi minuti, alcuni
bambini la circondarono: “Signora, mi fai provare a lanciare il
pane?” “Scusi, posso dare anch’io da mangiare ai cigni?”. Di
solito si lasciava intenerire da quelle vocine petulanti e volentieri
lasciava il sacchetto ai bimbi perché nutrissero i pennuti
golosi. Ma quel giorno le cose andarono diversamente: prese il
sacchetto, lo rovesciò, calpestò il pane secco sotto le
suole fino a ridurlo in polvere finissima, e se ne andò con un
feroce sorriso stampato sul volto, mentre i bambini la guardavano
esterrefatti.
La prossima tappa sarebbe stato il
macellaio.
Entrò nel negozio, molto affollato come al solito. Era l’unico macellaio del quartiere e per questo carissimo. Eppure la ressa era costante: al padrone piaceva chiacchierare, fare battute, imporre una cordialità crassa, da re del pollaio, e accettata da tutte le galline lusingate che acquistavano fettine e complimenti, bistecche e doppi sensi.
Attese pazientemente il suo turno,
sopportando, come sempre, le vecchiette che le passavano avanti
fingendo di non vederla o pretendendo di essere entrate prima.
Finalmente toccò a lei. “Mi dia un rotondino da fare
arrosto, per favore, che sia sul chilo”, chiese con fredda
educazione. Il macellaio arrotò due coltellacci (notò
che lo faceva sempre quando la serviva, e si chiese se fosse un caso
o una forma di aggressività verso i suoi modi glaciali) e
tagliò un bel pezzo di carne, rossa e compatta. Glielo
presentò orgogliosamente, ostentando un malizioso buonumore:
“Da me” disse, strizzandole l’occhio, “una donna sa sempre di
poter trovare quello che si aspetta” “Sì, un cafone al
banco e un ladro alla cassa” gli rispose lei, raggiante, facendogli
l’occhiolino di rimando. Uscendo senza prendere l’arrosto, pestò
con voluttà il piede di un’elegante signora che la osservava
con sconcerto.
Il quarto momento non era stato
programmato, ma non per questo fu meno utile o gradito.
Era in casa, stava preparando la cena
per la sera, spignattando un po’ svogliatamente. Da tempo aveva
perso persino il gusto di cucinare. Metteva insieme un primo, un
secondo, senza amore, senza fantasia, ripetendo piatti banali,
ricette scontate. Ripeteva meccanicamente gli stessi gesti,
masticando ottusamente patatine, noccioline, stuzzichini che le
toglievano poi la fame vera, quella che, peraltro, non c’era più
da tempo. Improvvisamente suonò il campanello della porta
d’ingresso. Aveva una tuta macchiata, gli zoccoletti ai piedi, ma
non se ne preoccupò mentre apriva la porta. Era la vicina di
casa. Curata ed elegante come sempre. Le balenò il pensiero
che nello sciacquone del water tenesse Chanel n°5. La udì
chiederle, se, per caso, avesse dello zucchero che, ahimé,
ella non si era accorta di aver terminato (e intanto i suoi occhietti
chiari e ben truccati sembravano saettare nell’ingresso, calcolando
esattamente i grammi di polvere depositati su tutte le amate
sciocchezze accatastate sugli scaffali). Lei allora le scoccò
uno smagliante sorriso e le rispose che sì, effettivamente in
casa aveva dello zucchero. Quindi chiuse dolcemente la porta sulla
sua bocca poco elegantemente spalancata.
Nei giorni seguenti si sbizzarrì.
Rifiutò di fare lo scontato
straordinario che da sempre si esigeva da lei; rivelò a sua
suocera che la torta di carote, che ogni mercoledì le portava,
le faceva venire la nausea e l’aveva sempre rifilata al cane. Alla
maestra di suo figlio disse serenamente che le poesie haiku che
faceva studiare ai bambini erano una boiata pazzesca e che più
utile sarebbe stato insegnare l’ortografia; al benzinaio dove
solitamente faceva il pieno intimò di non rubare sul
carburante come di consueto. Sulla metropolitana ignorò
scientemente le occhiate minacciose delle vecchiette e non cedette il
posto; al cinema sgranocchiò rumorosamente i pop corn e mise i
piedi sul sedile della fila davanti. Radunò tutte le pillole
che doveva prendere quotidianamente e le cacciò allegramente
nella spazzatura; la stessa fine fece fare a tutte le carte che, nel
corso degli anni, aveva accumulato, ritenendole indispensabili al
cuore e alla memoria. Una mattina telefonò al principale,
informandolo che non si sarebbe recata al lavoro, adducendo un feroce
mal di testa: andò invece sulla passeggiata a mare, scendendo
sulla scogliera, tirando fuori dalla borsa mezzo chilo di focaccia e
divorandosela voluttuosamente mentre gli spruzzi delle onde le
bagnavano il viso.
Giunse quindi il momento tanto atteso.
Sii sentiva finalmente pronta. Adesso, sì, poteva farlo. Niente l’avrebbe dissuasa.
Pochi istanti e tutto sarebbe cambiato.
“Mi ami ancora?” chiese lui.
“Sì” rispose lei.
Era stato tutto inutile.