Lezioni di linguistica

 

di Aglaja

 

  “L’AGLIATA” di ANONIMO

ovvero: “Chi ha messo il pepe nella torta d’aglio?”

IPOTESI DI ATTRIBUZIONE a cura della Prof.ssa Efisia Scazzacassi

Professoressa Efisia Scazzacassi, docente alla Scuola Radio Edipo Cuneo

  L’AGLIATA è un piccolo libro in-ottavo, anonimo, ristampato più volte tra il 1510 e il 1520, considerato da Croco «una mediocrissima parodia del MORETUM virgiliano in invereconda prosa». Nonostante l'attenzione relativamente scarsa prestata al libro, da circa un quarto di secolo è aperta la questione relativa all'attribuzione di questo breve esempio di pseudo ricetta naturale, fatta con le buone cose dell’orto, dietro cui si cela un crasso elenco di doppi sensi. L'attenzione degli studiosi si è quindi soffermata su tre autori:

Ascanio Pisellato, Vianesio Lombricone, Ortensio Genuflesso

  Il Regret  nel suo “Manual du libraire” affermò che l'opera era stata «imprimée en Italie dans le XVIe siècle et attribuée à Ascanio Pisellato», noto anche per aver scritto in metro alcmanio catalettico l’”Elogio della passata di piselli ”, famoso poema orgiastico del 1421. Tale tesi venne confutata dal Bonzi in una nota della sua edizione delle “Preghiere sconce ” di Ortensio Genuflesso, dove sostiene che «errano coloro che attribuiscono L’AGLIATA ad Ascanio Pisellone, il quale nel 1510, ammesso che al più tardi per la prima volta L’AGLIATA si stampasse, non era nato per anche; giacché, come sappiamo dal Fratuzzi, il Genuflesso nacque in Matera in terra d'Otranto nel 1514. Causa di questo sbaglio deve essere stato l'aver veduto il libretto della AGLIATA copiato da mano incerta nel secondo volume delle “Confessioni facete di un porco goloso” con una dedica erotica sottoscritta dal Pisellone in data del 1530»

  Nella stessa epoca, l’ermeneuta Potocreusi, dopo aver descritto accuratamente alcune edizioni personalmente vedute, concludeva un suo saggio dicendo che L’AGLIATA è una «operina attribuita male a proposito nella Biografia Universale ad Ortensio Genuflesso, essendone invece indubitamente autore Vianesio Lombricone, nobile di Puzzomanno e protonotario apostolico». Concorderebbe con tale affermazione la nota manoscritta «di / Lombricone, Vianesio» nel frontespizio della stampa presente alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, tanto che si può pensare che le due notizie dipendano l'una dall'altra.

  Tale attribuzione è dubbia secondo il filologo Filocolo, recente biografo di Lombricone . Quest'ultimo «nacque a Puzzomanno da Centopede Lombricone, presumibilmente nell'ultimo decennio del XV secolo e si addottorò a Palermo, in entrambi i diritti nel 1516. Circa in questo periodo iniziò la carriera di ufficiale in Curia, favorito dalla fama del suo casato (lo stemma riporta verme che striscia in campo arato). Nel 1519 era certamente a Potenza [...] ma non molto più tardi passò in Spagna con le funzioni di collettore e di nunzio pontificio». Il Lombricone entrò poi in rapporti con Adriano VI ed ebbe una brevissima carriera episcopale, terminata quando la sua badante, Suor Incatenata, ebbe un parto plurigemellare. Rimase però a Roma come protonotario apostolico e con l'incarico di scrittore delle lettere apostoliche (1522-27). Questi suoi dispacci sono interrotti nell'aprile 1527 quando il Lombricone errò nell’imbustare le lettere e spedì un’epistola apostolica ad Ubalda Passera e una salace richiesta ad Adriano VI. Dubbia inoltre è la data della morte, da alcuni studiosi posta tra il 1527 e il 1530, da altri nel 1534 poiché «il silenzio delle fonti successive a tale data fa pensare che egli sia scomparso entro tale anno o all'inizio del successivo».

  Dunque Filocolo filologicamente avanza qualche perplessità nell'attribuire L’AGLIATA al Lombricone «gli scarsi elementi interni, costituiti da fugaci, per quanto lubrici cenni autobiografici, non consentono di indicare un'attribuzione definitiva. Essi però sono di natura tale da suscitare molti dubbi sulla loro appartenenza alla vita del Lombricone. Le stampe note (1550-1555) risultano ben successive alla morte dell'autore. È vero che le note auto-biografiche interne al testo potrebbero corrispondere genericamente con la vita del Lombricone, soprattutto per il coinvolgimento nell’orgia con i Lanzichenecchi e lo studio dei lupanari nella storia . A questo proposito il Filocolo attesta che «abbiamo un documento di mano di Vianesio Lombricone in cui si definsce “uomo di tettere ” espressione che ha dato adito a non pochi dubbi interpretativi: refuso o impudico giuoco di parole? Il dubbio si fuga però quando, in seguito, afferma di preferire “far glosse a Ubalda piuttosto che a Cicerone [...]” ora, sapendo da fonti certe che Ubalda Passera era fornita di buon apparato lattifero, l’intrepretazione delle “tettere” ci pare appare abbastanza chiara. Ma nessun’altra testimonianza pare invece accertare l’attribuzione de L’AGLIATA al Lombricone.

   L'attribuzione a Ortensio Genuflesso si deve alla "Biografia Universale " di Zeuss, che annotava che «in un esemplare dell'edizione di Ravenna del 1554 è compresa in fine al volume L’AGLIATA, operetta di ventitrè fogli non numerizzati, di cui Tiraboschi non fa menzione, e la quale è tanto oscena che evidentemente è di Genuflesso». Bonzi in nota alle “Preghiere sconce” del Genuflesso, recuperava le affermazioni di Zeuss, obiettando che di tale «libricciuolo intitolato L’AGLIATA» ci sono «diverse stampe della metà del Cinquecento e che è una breve prosa senza alcuno indizio d'autore, scritta in parodia al Moretum dell’App.Verg., in cui si susseguono doppi sensi che farebbero imporporare Linus Banfosius (guitto dell’epoca n.d.r.) ». Continuava poi affermando che «questa asserzione dello Zeuss non è forse fondata che sulla somiglianza del soggetto di quella licenziosa operina còlla quinta epistola del Genuflesso a Ginevra Tritacassi, sua musa? In realtà, nella sua grettezza, il libercolo si allontana tanto dallo stile pornoaulico del dotto Ortensio che noi non potremmo convenire nell'attribuirgli il misero onore di averla scritto». Una conferma indiretta della estraneità di Vanesio alla scrittura dell’operina può leggersi nel principio della sua settima epistola a Ginevra: «Negli anni passati (per quel ch'intendo) da dui nobilissimi ingegni con larga vena di facondia [è stata] descritta la vera et saporosa ricetta dell’agliata. Anderò adunque solamente facendo per te, Ginevra, la scelta di quelle poche cose che da loro sono state pretermesse, adjungendovi quel pepe che solo tu m’inspiri». Non è fuor di luogo pensare che il nostro testo fosse proprio una delle due operette ricordate nel passo qui sopra.

  E dunque, a chi attribuire infine la misteriosa Agliata ? E perché poi attribuirla a qualcuno? A chi potrebbe fregarne qualcosa? Vado a preparare una minestra di cipolle.

Efisia Scazzacassi

Home

 

 

Hit counters